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L'America di Trump fa i conti con il terrore e si scopre insicura

Sedici anni dopo l’11 Settembre, il terrorismo torna a colpire il cuore di New York City. Un attentato di natura assai diversa da quello che distrusse le Torri Gemelle (con relativi tremila morti), compiuto in pieno stile “lupo solitario” da un auto-affiliato allo Stato Islamico. Due “attacchi agli Stati Uniti” che hanno in comune solo il luogo-simbolo scelto: allora il cuore dell’impero (e della finanza) Usa, oggi il memoriale che lo ricorda.

È un’America molto diversa quella che dopo tre lustri viene nuovamente colpita. È un paese più diviso e più rabbioso di quanto fosse allora (nonostante la contestata elezione di George W. Bush), dove in nome della guerra al terrore viene accettata (senza porsi troppe domande) l’equivalenza immigrato-terrorista e si considerano quasi normali stragi come quella del concerto di Las Vegas (americano e bianco che spara sulla folla inerme).

A un anno dalla sua elezione, le bellicose parole che Donald Trump ha usato come un mantra ( «Sconfiggeremo il terrorismo in ogni angolo del mondo», «mai più un terrorista sul suolo americano», «l’Europa deve fare come gli Stati Uniti») mostrano quanto quelli del presidente fossero soltanto slogan privi di sostanza. L’Is avrebbe colpito chiunque fosse il “Commander in Chief” alla Casa Bianca, perché l’America (con Israele ed Europa occidentale) è il primo nemico del fondamentalismo islamico; ma il tentativo di The Donald di “politicizzare” l’attentato di un “lupo solitario” a Manhattan, scaricando la colpa sul sindaco Bill de Blasio e sul governatore di New York Andrew Cuomo (entrambi democratici) – come se fossero stati loro ad aver invitato l’attentatore uzbeko negli Usa (che ha la “green card” come milioni di altri immigrati in ogni angolo degli Stati Uniti) – la dice lunga sulle difficoltà del presidente.

Alla vigilia del suo viaggio più lungo – e più importante – all’estero (12 giorni tra Cina, Giappone, Vietnam, Corea del Sud e Filippine), The Donald si trova di fronte a una serie di delicate questioni interne e internazionali (la vicenda del nucleare in primis) che lo rendono di giorno in giorno più debole.

Il ritorno del terrorismo a New York allontana per un momento lo spettro del Russiagate (con i soliti “complottisti” che speculano sul cui prodest), ma non farà arretrare di un centimetro la determinazione del procuratore speciale Robert Mueller a perseguire chi è in qualche modo coinvolto nelle interferenze del Cremlino di Putin sulle elezioni dello scorso anno.

Nonostante la crescente frustrazione verso un’indagine federale che ha rifiutato e combattuto fin dall’inizio, oggi Trump si trova suo malgrado a dover collaborare con Mueller e negli ultimi tempi ha resistito ad attaccarlo direttamente, grazie soprattutto all’opera di persuasione dei suoi avvocati all’interno e all’esterno della Casa Bianca. Adesso diversi importanti alleati di The Donald – tra cui l’ex stratega-capo Steve Bannon – lo stanno spingendo ad attaccare a fondo il procuratore speciale e ad avere un approccio “più combattivo” sul Russiagate.

Come sostiene Sean Wilentz, storico di Princeton (e autore di studi di livello sulla democrazia americana e i conflitti interni negli Stati Uniti) nei prossimi mesi risulterà però decisivo anche l’atteggiamento di quei leader del Grand Old Party cui The Donald ha “scippato” potere tra elettorato, partito, finanziatori e Congresso.

Tra i grandi critici di Trump ci sono infatti un presidente (George W. Bush), gli ultimi due candidati del Gop alla Casa Bianca (John McCain e Mitt Romney), diversi senatori e opinionisti di peso e tutti quanti hanno accusato il presidente: di aver inasprito le divisioni razziali all’interno, di aver abbandonato i valori americani all’estero, di mancanza di competenza ed efficienza sia negli Usa che fuori dai confini. Con un invito per tutti loro: «L’unica strada per riavere indietro il partito è quello di schierarsi contro».

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