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MOTO: IL PERSONAGGIO

Marco Pagani: «Io e il Tourist Trophy, il fascino della corsa più rischiosa al mondo»

Sull'isola di Man Giacomo Agostini ha vinto dieci volte «ma difficilmente potremo vedere qui Valentino Rossi» 

Il Tourist Trophy è la corsa più pericolosa del mondo. A certificarlo è un macabro bilancio: in 98 edizioni, l’ultima andata in scena nello scorso mese di giugno, i morti sono stati 255, tra piloti, organizzatori e spettatori. Nel 2017 i tre piloti che hanno perso la vita sul temibile tracciato disegnato tra le case e i muretti dell’isola di Man (mare d’Irlanda) sono stati il britannico Davey Lambert, l’olandese Jochem van den Hoek e l’irlandese Alan Bonner. «Per vincere al Tourist Trophy occorre affrontare piano le curve lente e forte le curve veloci» raccontò un giorno Giacomo Agostini, per dieci volte trionfatore nella competizione. Frasi apparentemente banali ma che hanno una logica profonda. A confermarlo, con le sue parole, uno dei pochi italiani in gara quest’anno, Marco Pagani. Bresciano della Franciacorta, classe 1982, ha fatto il suo esordio nel 2014 sul circuito del Mountain. Nella vita di tutti i giorni fa il camionista.

Perché partecipare a una gara così pericolosa?

«Percorro in camion 200mila chilometri all’anno, al Tourist Trophy 2.000 a settimana, tra prove e gara. A mia madre, quando parto per l’isola di Man, dico sempre che è molto più probabile mi capiti un incidente al volante visto quello che c’è in giro sulle strade italiane e di tutta Europa».

E lei?

«Non commenta. E aspetta il mio ritorno».

Quando è nata la sua passione per il Tourist Trophy ?

«Mi ha sempre affascinato andare in moto ma ho potuto permettermene una soltanto dopo il diploma. Ho iniziato ad allenarmi dalle mie parti sulle Coste di Sant'Eusebio, un tratto di strada costellato da tornanti, e ho conosciuto Umberto Rumiano, che con la sua Mv aveva corso sull’Isola di Man e i cui racconti mi hanno affascinato. La tragica morte di un amico, però, mi ha portato ad allontanarmi dalla strada e ho così iniziato a correre su pista».

E come è andata?

«Mi sono tolto le mie soddisfazioni, benché non fossi più giovanissimo, in competizioni come il National Trophy e la Premier Cup. Ho una fotografia del 2009 in cui, sulla griglia di partenza, mi trovo al fianco di Loris Baz. Lui ora è nelle MotoGp, io guido il camion. Difficile sfondare in Italia, certe volte ti sembra più di essere un “pollo” da spennare da manager furbacchioni. Di sicuro, però, in quegli anni sono progredito alla guida. E spendevo i soldi guadagnati sul lavoro per potere correre».

La svolta a 30 anni.

«I baby-talenti spuntavano come funghi e io mi sono chiesto cosa volessi veramente fare della mia carriera, perché avevo ancora tanta voglia di divertirmi. Nel 2013 ero tra gli spettatori dell’Ulster Grand Prix (altra gara su strada che si corre in Irlanda del Nord): sono passato in pochi secondi dal “Mi piace” a “Voglio assolutamente correre in una gara del genere”».

Come è approdato al Tourist Trophy ?

«Per un pilota non professionista come me è necessario mettersi prima alla prova nel Manx Gp, che si corre sullo stesso tracciato del Tourist Trophy tra agosto e settembre. C’erano piloti di tutto il mondo: greci, sudafricani… Sono riuscito a fare registrare uno dei migliori tempi in assoluto e mi sono così guadagnato l’accesso al Tourist Trophy dell’anno successivo, il 2014».

Ci racconti il suo primo giro sul circuito del Mountain.

«È stato il più lento ma nello stesso tempo il più emozionante in assoluto. Sei lasciato libero di correre tra muretti, case e alberi. Un’emozione pazzesca, anche perché prima di quel momento hai conosciuto la pista correndo con il joy-stick davanti allo schermo. Ma anche adesso attendo con ansia l’uscita del nuovo videogioco sul Tourist Trophy: è fondamentale per migliorarsi, mentre è perfettamente inutile testare il tracciato in auto, o in moto, in una giornata “normale”, dato che le traiettorie con due corsie a disposizione sono completamente diverse da quelle che potrò disegnare in gara».

Gli organizzatori le hanno dato fiducia.

«Di solito agli esordienti viene dato un numero intorno al 90, io sono partito con il 61. Più sei considerato rapido prima puoi lanciarti sulla pista. E lì inizia la tua gara contro te stesso, anche perché, come si sa, lì si prende il via uno alla volta».

Ci spieghi meglio.

«In pista sei come un criceto, in strada se utilizzi il cervello puoi andare forte. È una sfida mentale, sei completamente padrone di te stesso. Come puoi aprire il gas, lo puoi chiudere. Magari perché ti rendi conto che non sarà il tuo giro migliore, dato che hai perso tempo in precedenza, ed è quindi inutile rischiare inutilmente. Sono consapevole che le cadute al Tourist Trophy sono rovinose, ma tu guidi per arrivare in fondo. Devi calcolare tutto, a partire dalle condizioni della pista, che soprattutto da quelle parti possono variare da un momento all’altro, visto che piove spesso. Sei in apnea, ma non puoi certo dimenticarti di un pit-stop. Ma le curve sono 252 e i chilometri 60 e serve sempre avere il cervello collegato.

Non ha mai paura?

«Quando guardo gli altri ma non quando sono in sella. Sembra un paradosso ma i miei battiti cardiaci sono meno frequenti quando corro. Purtroppo nel 2014 ho rotto il cambio e non ho potuto partecipare alla gara più importante, ma negli anni successivi sono andato in crescita, curando in maniera più meticolosa alcuni aspetti, come quelli delle sospensioni, per esempio. Ma metereologicamente parlando l’ultimo è stato il peggior Tourist Trophy di sempre probabilmente e ha creato problemi a tutti».

Ci descrive l’ambiente di contorno?

«Meraviglioso. Gli appassionati ti fermano e starebbero a parlare con te per ore. C’è molto rispetto, capita anche di andare a bere una birretta insieme. Si è lontani anni luce da quello che si vede nel paddock di una gara delle MotoGp, per esempio».

A proposito di MotoGp, vedrebbe bene al Tourist Trophy qualcuno dei suoi partecipanti attuali?

«Secondo me Valentino Rossi non lo vedremo mai, anche se sono sicuro che andrebbe forte. Cal Crutchlow invece sì, ma tra una decina d’anni».

Invece quali sono i suoi obiettivi?

«Nel 2018 potrei tornare al Tourist Trophy ma ho anche un altro progetto, assai ambizioso, che mi frulla per la testa. Vorrei partecipare alla “Pikes Peak International Hill Climb“, cronoscalata su un tracciato che si arrampica sulle Montagne Rocciose del Colorado negli Stati Uniti. 20 chilometri per un dislivello totale di 1.439 metri (la partenza è situata a 2.900 metri di altitudine, il traguardo a 4.300 metri sul monte Pikes Peak, ndr), 156 curve e una pendenza media del 7%. Intanto però sono a caccia di sponsor e devo sistemare il legamento di un ginocchio: sono appena caduto in motorino».

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