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Conti pubblici. Dalla Ue una tirata d'orecchie che può fare male

Jyrki Katainen, Vicepresidente della Commissione europea, “tira le orecchie” all’Italia in materia di progetto di Bilancio per il 2018 perché, a suo dire, sebbene il Prodotto interno lordo (Pil) cresca alla decorosa prospettiva dell’1,8%, purtuttavia, se si guarda ai conti pubblici, le cose vanno meno bene. La questione, trattandosi di denaro pubblico, inevitabilmente intreccia aspetti politici e economici. Sotto il primo aspetto ciò comporta che l’Italia, in quanto sospettata di deviazione rispetto agli accordi presi con Bruxelles riguardo alla manovra finanziaria 2018, debba spettarsi una “lettera di chiarimenti” inviatale dalla Commissione europea; ma così si resta comunque in ambito interlocutorio.

Quel che conta, invece, è la decisione che la Commissione prenderà nella prossima primavera (maggio). Le possibilità sono due: o sarà intransigente (anche a tutela, mai dimenticarlo, dei contribuenti italiani) e mostrerà il cartellino rosso d’infrazione; oppure, sarà accomodante volendo evitare, apparendo arcigna in materia di finanza pubblica, di attizzare ulteriori dosi di antieuropeismo in elettori che spesso antepongono le immediate promesse di denaro pubblico al loro essere contribuenti. Cosa deciderà la Commissione, che dipenderà anche dalle risposte italiane, lo si vedrà; resta che la sostanza della vicenda, oltreché politica, è economica.

Qui la questione riguarda il fatto che, secondo Bruxelles, lo sforzo di correzione programmata del deficit strutturale – con ciò si intende un indicatore che informa se lo scostamento del deficit dipenda dalla congiuntura negativa (tollerabile) o ne sia indipendente (perciò da correggere) – è minore rispetto a quanto annunciato dal governo della Repubblica. Conseguentemente, ciò potrebbe significare la richiesta, e non sarebbe certo la prima volta, di una manovra correttiva.

Quindi, cosa succederà dal punto di vista dei rapporti tra le istituzioni europee e Roma? Come anticipato, tra la Commissione e Palazzo Chigi si svolgerà una sorta di tango, con avvicinamenti e respingimenti, tutto politico e il cui esito dipenderà molto dall’interesse per la stabilità italica alla prova elettorale.

E da quello economico e di finanza pubblica? Al di là delle grandezze in questione (1 decimo di punto di Pil), e anche se Bruxelles fosse alquanto condiscendente sulle richieste di flessibilità della Penisola, è questo il punto più delicato. Qui però, visto che si ragiona in termini di finanza pubblica, l’attenzione, più che su Bruxelles, va spostata sui mercati dove la partita la si gioca tutta sulla credibilità; e che eventuali cadute reputazionali in materia, data la forte presenza del debito sovrano nei bilanci delle nostre banche, avrebbe poi pessime conseguenze per la tenuta anche del nostro sistema bancario. Certo, qui il governo italiano ha le sue buone ragioni quando sostiene che la ripresa c’è, anche se ci vorrà tempo prima che incontri la “vita concreta” del Paese; e che, quindi, un minimo di flessibilità è tollerabile pure per consentire alla ripresa medesima di consolidarsi. Ragionevole? Si, però con un “ma” importante.

Ed è che, se a far ballare la reputazione italiana basta che si giochi sui decimali di punto di Pil (importanti ma meno decisivi dinnanzi alla nuova crescita dell’Italia), ciò è l’effetto negativo dell’instabilità del sistema politico italiano. D’altronde, a dimostrazione, lo stesso governo Gentiloni ormai ha una maggioranza assai precaria; inoltre, pure il dopo elezioni garantisce assai poco al riguardo: ecco perché, vista pure l’ombra di un debito sovrano difficile da scambiare per un peso piuma, il Belpaese rischia sempre guai di spread. Pertanto, la lettera annunciata dal Vicepresidente Jyrki Katainen ci ricorda la spada di Damocle che pesa sopra di noi: il rischio reputazionale sul nostro debito sovrano. Bruxelles, un po’ antipatica come il grillo parlante di Pinocchio, ce lo ricorda: c’è da prestarvi attenzione.

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