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IL COMMENTO

Il calcio, i Gattopardi e il sacrificio di Tavecchio

La strategia dopo il disastro del mancato Mondiale? Cambiare tutto (o, meglio ancora, solo qualcosa) per non cambiare niente. Così collezionisti di poltrone e pupari, sempre uguali e sempre quelli, vogliono continuare a tenere in ostaggio il calcio. Per prosperare grazie allo scudo della passione popolare 

Signore e signori, sta per scattare l’operazione Gattopardo: cambiare tutto (o, meglio ancora, solo qualcosa) per non cambiare niente. Di fatto è una riedizione che va in scena da anni, attraverso collezionisti di poltrone e pupari, sempre uguali e sempre quelli, per tenere in ostaggio il calcio, e non solo quello. Per continuare a prosperare grazie allo scudo della passione popolare.

Sì, magari ci daranno in pasto il non più utile pasticcione Carlo Tavecchio, con le sue lacrime recitate e la sua fine ingloriosa nel dare la colpa ad altri. Ma non è con questo che ci libereremo dal male. Perché Tavecchio oggi è il bersaglio ideale per sfogarsi, con quel suo aspetto alla Nicolò Righi-Bernard Blier, il pensionato ruba-brioche del bar Necchi di Amici Miei da punire con scherzi al limite della crudeltà.

Ma Tavecchio è quel che questo mondo autoreferenziale, basato sui debiti che altri poi ripianano o fan finta di farlo, ha prodotto nell’ultima fase, quando la corsa all’aggiramento delle regole ha raggiunto la farsa. Con dirigenti squalificati sì ma entro certi limiti o non deferiti in modo da mantenerne l’eleggibilità e dunque un esercizio del potere con effluvi maleodoranti di prepotenza.

L’anno zero del calcio italiano c’era ben prima di Tavecchio, da dopo il trionfo di Berlino 2006 e con la lodevole eccezione di Euro 2012. Risultati zero, conti sotto zero e idee anche meno. Oggi, è vero, con questo pasticcione tutto si è ridotto ben al di sotto dei limiti della credibilità. Non peggio certo dei suoi grandi elettori, dal re degli Impresentabili Claudio Lotito fino al presidente del Genoa, Enrico Preziosi, quello della valigetta piena di soldi per comprare una partita che ancora pontifica di etica.

Ora, però, è accaduto qualcosa di enorme: l’Italia del calcio fuori dal Mondiale dopo 60 anni non è solo un disastro sportivo. Con il miliardo di euro in fumo, la sciagura è paragonabile a quella dello scandalo del vino al metanolo del 1986. Purtroppo lì ci furono anche dei morti, per l’avidità di un produttore senza scrupoli, Giovanni Ciravegna. E ci fu un danno devastante per una fra le industrie più pregiate del nostro comparto agroalimentare. La Germania arrivò a bloccare i camion alle frontiere e i controlli fecero emergere altre decine di aziende avvezze al vino marcio. Le esportazioni crollarono di un terzo, il fatturato di oltre un quarto. Centinaia di milioni di ettolitri di vino finirono negli scarichi. Toccammo il fondo ma sapemmo risalire: oggi l’Italia produce meno vino (il 37 per cento rispetto ad allora) ma lo fa meglio e il fatturato è più che triplicato, al punto di essere il primo esportatore mondiale, vantando inoltre un enoturismo da milioni di visitatori.

Il calcio avrebbe una grande occasione. Rifondare, ripartire come per il vino, tanto peggio di così non si può. Il ko con la Svezia ha di fatto avvelenato i pozzi: il valore dei diritti tv della Serie A, checché ne dica la Congrega degli avidi presidenti, è crollato. Soldi, per un po’, ce ne saranno meno e andranno spesi meglio. Quel venti per cento che finisce nelle tasche di alcuni parassiti vestiti da procuratori minacciosi va bloccato e trattenuto. Servono facce migliori e per farlo non c’è che un commissariamento affidato a un gruppo di persone che condensi il potere nelle mani di chi finora non le ha mai avute in pasta e si affidi all’immagine di grandi ex in grado di supplire alla carenza di immagine del pallone attuale.

Solo che i gattopardi che stanno pensando di sacrificare Tavecchio-Blier sono ancora quelli che prima si erano incatenati e poi lo hanno sostenuto (Renzo Ulivieri), quelli che “annamo affà ’sta sceneggiata” (Claudio Lotito), quelli che ritornano sempre (Franco Carraro, il presidente degli sprechi di Italia ’90 e di Calciopoli) e tanti altri come loro.

Per questo, nel caso avvenga davvero, apriamo una bottiglia per salutare Tavecchio che se ne va, ma il calice di quello buono lasciamolo per quando se ne saranno andati tutti. Perché non è mica detto. Il Gattopardo ce l’ha insegnato, parafrasandolo «il sonno è ciò che certi calciofili vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare». E quindi il rischio è che via Tavecchio tutto ricominci come prima, più di prima, peggio di prima.

twitter: @s_tamburini

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