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La vocazione solitaria del Partito Democratico

Ma veramente qualcuno crede all’ipotesi di un centrosinistra unito: da Fratoianni ad Alfano? La missione (impossibile) assegnata a Piero Fassino ha una funzione sostanziale e, ancor prima, una funzione simbolica. Serve a mostrare la disponibilità del Pd, e del suo leader, a ricucire con le diverse anime di quest’area. A siglare qualche alleanza che consenta al partito di rompere il proprio isolamento. Per dare l’idea di poter vincere. E, magari, per avere delle chance in più in qualche collegio “incerto”.

È destinato a rimanere uno dei tanti misteri di questa legislatura: il fatto che il Pd abbia promosso una legge elettorale come quella recentemente approvata dal Parlamento. Che prevede un 36% di collegi uninominali: quindi, le coalizioni. In un momento in cui il Pd appare un pianeta isolato, nel sistema politico italiano. Con diversi satelliti intorno, il cui effettivo peso elettorale appare dubbio: vale, in particolare, per Ap di Alfano, che non ha superato lo sbarramento neppure nella “sua” Sicilia. C’è poi il satellite radicale. Il resto, pulviscolo di stelle: Psi, Verdi, Idv, più altri centristi.

La vera scommessa del Pd è quella di spezzare il fronte della sinistra-sinistra, portando dalla propria parte l’area rappresentata da Pisapia, che ieri ha incontrato Fassino. In un comunicato congiunto, i due ex-sindaci hanno annunciato l’avvio di «un percorso politico e programmatico per una nuova stagione del centrosinistra».

In questo senso, il Rosatellum trova una prima spiegazione strategica, anche se tutta interna all’area e alle sue lotte intestine. Del resto, per alcune delle forze collocate alla sinistra del Pd, l’ipotesi di un patto ulivista appare del tutto remota, almeno fino a quando Renzi resterà in campo. Fratoianni ha già sbattuto la porta. D’Alema è da tempo impegnato in una guerra personale diretta con il segretario Pd. Mentre Bersani ha detto sì al dialogo… a patto che Renzi metta da parte il jobs act: che equivale a chiedergli di mettere da parte se stesso. Del resto, nemmeno l’ex-leader dem, nel 2013, riuscì a federare tutte le forze alla sua sinistra. E poi, quand’anche a Fassino e Renzi riuscisse il doppio miracolo – ricompattare l’intero centro-sinistra e portarlo alla vittoria –, quali chance avrebbe una tale coalizione di stare insieme per tutta la legislatura?

Naturalmente, la legge Rosato ha anche un altro obiettivo, nella prospettiva del Pd: quello di mettere in difficoltà il M5S, forza politica non coalizzabile, priva di candidati forti e di radicamento sul territorio. E ha forse, addirittura, il compito di rafforzare Forza Italia, in vista delle larghe intese. Tuttavia, si tratta di un calcolo rischioso, visto che il centro-destra sembra avere un potenziale coalizionale molto superiore a quello del centro-sinistra. Lo hanno dimostrato sia le Amministrative di giugno sia le Regionali siciliane. La forza dell’accordo (per quanto instabile e provvisorio) tra Berlusconi, Salvini e Meloni rischia di mettere fuori gioco il Pd nel Nord Italia. Mentre, nel Sud, la vera battaglia potrebbe riguardare lo stesso centrodestra con il M5S. Certo, ai tempi del Mattarellum, il centrosinistra unitario riusciva ad andare oltre la somma delle sue forze. Perché, nella partita dei collegi, contano i candidati, il radicamento locale: aspetti di cui le simulazioni finora realizzate non possono tenere conto. In ogni caso, c’è da dubitare che il Pd, oggi, possa conservare un effettivo vantaggio competitivo, nel confronto sul territorio.

La strada che porta alle Politiche 2018 è ancora lunga. Ma per il Pd e per Renzi appare tutta in salita, considerato il punto di partenza e il “codice della strada” definito dalle regole elettorali. Il Pd sembra aver messo da parte la propria vocazione maggioritaria. Ed essere costretto, per inclinazione o per necessità, a doversi affidare, ancora una volta, alla vocazione solitaria del proprio leader. Se non per vincere, la sera delle elezioni, per poter contare ancora. Dal giorno dopo.

@fabord

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