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Quando i Corleonesi venivano dalla Padania

In questi giorni non si fa che parlare di Corleone e di Corleonesi per questioni di mafia, qui da decenni ferocemente dominanti purtroppo. Come in tanta parte della Sicilia dove ora quasi tacciono lupare e mitra perché molti capi sono in carcere da anni, come l’appena defunto Totò Riina, e perché le mafie, tranne per ora la camorra, si sono infiltrate nel giro internazionale degli affari più lucrosi, spesso dandosi colletti bianchi e una faccia pulita.

Ma non si sa che Corleone – come non pochi altri Comuni siciliani – dopo la dominazione araba è stata caratterizzata dalla presenza di tanti padani, lombardi (in senso lato), guerrieri provenienti soprattutto dalle terre dell’Oltrepò pavese e piacentino. Scesi in Sicilia nel 1367 al seguito di un capitano di ventura probabilmente piemontese: Oddone di Camerana. Chiamato dal grande Federico II nato a Jesi, sotto una tenda, in piazza, da madre siciliana, Costanza di Altavilla, il quale, sconfitti gli Arabi, ha bisogno di uomini per ripopolare le terre dei feudi con gente nuova, imprenditiva, che conosca un po’di mondo. Corleone, sin lì fortemente araba, è in pratica un deserto. Dalle carte notarili nomi e provenienze oltrepadane emergono indiscutibili: Bertolino da Pontecurono (Pontecurone, fra Voghera e Tortona), anche mezzo pirata di mare in verità, due Bregonzi e un Rainerius da Nazzano, un colle con castello sopra Salice Terme, un altro di Cecima in Valle Staffora, un Joannes e un Radocus de Mondondono, sopra Voghera, patria leggendaria di Bertoldo buffone alla corte longobarda di Alboino, un altro Joannes, Ferrari stavolta, de Montiacuto o Montù, e poi Symbaldus da Tortona, Bondius di Sale (Alessandria), Bertaymus e Guillelmus da Bagnolo, frazione di Voghera, e inoltre milanesi, bergamaschi, piacentini. Tale Guillelmus è anche il notaio che verga gli atti tuttora conservati ed è di Casei (oggi Casei Gerola).

Sospinti anche dalla carestia e dalle guerre che flagellano il Nord, portano aria nuova, leggi e contratti nuovi che anticipano per i vigneti la mezzadria (che nascerà presto per lo spopolamento delle campagne dovuto alla grande peste di metà Trecento) e si stanziano nei quartieri corleonesi di San Pietro, San Giuliano, San Bonifacio frequantandosi e sposandosi molto fra di loro.

E proprio Bonifacio si chiama quel Camerana, figlio di Oddone, che, capitano del Popolo a Corleone, con tremila concittadini, è protagonista, anche feroce dicono, della fase finale, nel 1372, della guerra dei Vespri Siciliani contro gli Angioini. Quindi, Corleone nel Medio Evo è terra di lombardi e nasce la figura, che il siciliano Elio Vittorini, peraltro di padre bolognese, riprenderà, del “Gran Lombardo” , alto, biondo, con gli occhi azzurri. “Lombardi” con un dialetto marcatamente diverso sono tuttora considerati numerosi Comuni: Montalbano Elicona, Sperlinga, Piazza Armerina, Enna, ecc.

Su quest’ultima città c’è però da raccontare una immigrazione anche più antica di quella degli “homines fideles” di Federico II. Nel 1090 infatti Ruggero il Normanno e la moglie Adelasia del Monferrato portano in Sicilia una popolazione di origine settentrionale, sia per combattere i Saraceni, sia per compensare con genti del Nord la prevalenza di arabi e ebrei (allora molto numerosi nell’isola), E sono anche questi, in prevalenza, dell’Oltrepò vogherese e piacentino. Si stanziano tra Patti e Piazza Armerina, lasciando eredità anche toponomastiche come Novara di Sicilia.

Da Piacenza, secondo il grande storico del cibo Corrado Barberis, arrivano anche i casari, rinomatissimi, che confezionano con lo zafferano, considerato un antidepressivo, un pecorino tuttora prodotto con marchio Dop chiamato Piacentinu. L’antidepressivo serve alla regina Adelasia, di origine monferrina, che trova gustoso e benefico quel pecorino giallo oggi in vendita pure sul Continente nelle boutiques alimentari. Ma quanto si muovevano gli italiani anche nel Medio Evo.

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