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Francesco non ne può più, vuole disfarsi dello Ior

L'opinione

Un’altra importante testa è caduta nella “guerra” in corso da anni allo Ior (Istituto per le Opere di Religione), la turbolenta banca vaticana. Si tratta del direttore generale aggiunto Giulio Mattietti, che – secondo voci d’Oltretevere – è stato letteralmente portato fuori dal Vaticano da un drappello di guardie svizzere per aver «tradito la fiducia del Papa approfittando del suo ruolo ai vertici dello Ior». Licenziato in tronco su ordini “superiori” (il Pontefice? Il cardinale segretario di Stato? Il consiglio dei cardinali che sovrintende allo Ior?) mentre era al lavoro nel suo ufficio.

Nella storia dei pontificati dell’ultimo secolo non si era mai verificato niente di simile. Nemmeno col coinvolgimento del vescovo Paul Marcinkus, negli anni ’80, nel crac del vecchio Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Anzi. Pur inseguito da un mandato di cattura internazionale inviatogli dai giudici italiani, Marcinkus rimase chiuso e protetto in Vaticano – in una stanzetta del Governatorato – fino alla conclusione del suo mandato di presidente Ior, per poi far ritorno con un salvacondotto diplomatico vaticano, negli Usa dove morì il 20 febbraio 2016 all’età di 84 anni.

Senza andare troppo lontano, a partire da Pio XII fino a papa Francesco, passando per Paolo VI, Giovanni Paolo I (che è bene ricordarlo tra i primi interventi pianificati durante i suoi 33 giorni di regno aveva messo, non a caso, l’eliminazione dello Ior all’interno del Vaticano per collocarlo in territorio italiano e sottoporlo alle leggi di controllo della Banca d’Italia), Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, la cacciata di Mattietti rappresenta la prova che Oltretevere qualche cosa è veramente cambiato e che la voglia di pulizia avviata da papa Bergoglio non guarda in faccia a nessuno e già in precedenza aveva fatto non poche vittime illustri.

Come, ad esempio, la rimozione del revisore generale Libero Milone, preceduta da analoghi provvedimenti per altri alti dirigenti Ior. Come pure l’allontanamento dell’ex super ministro delle Finanze, il cardinale australiano George Pell, “autorizzato” dal papa a rientrare in patria per difendersi in tribunale da presunte accuse di coperture di preti pedofili. Ma anche casi come le sentenze emesse dal Tribunale vaticano nei 2 processi celebrati a carico dell’ex cameriere di Benedetto XVI (poi perdonato a riammesso a lavorare nella basilica di San Paolo fuori le mura) e due esponenti della ex Commissione varata per pianificare le riformare delle finanze della Santa Sede, tutti condannati per essere stati i presunti trafugatori di documenti riservati.

«Se Mattietti è stato subito allontanato dal suo ufficio e portato fuori dal Vaticano vuol dire che c’erano seri pericoli di inquinamento e che gli investigatori pontifici dovevano mettere subito mano a documenti riservati che potevano essere trafugati», spiegano alla Penitenzeria apostolica, il dicastero che giudica i grandi peccati commessi contro il Papa. Ma altre teste “importanti” potrebbero cadere in seguito alle inchieste in corso in Vaticano su gestioni finanziarie “chiacchierate” e persino su vicende di mazzette e bustarelle.

È comunque certo che il Papa non sembra più disposto a tollerare la presenza di una banca della Santa Sede apparentemente allo sbando e alle prese con scontri interni che “non le fanno onore”, si lamentano in Vaticano. E forse proprio per questo Bergoglio, tra i primi interventi pubblici fatti appena eletto a proposito dello Ior, ricordò che «San Pietro non aveva una banca», facendo capire, sebbene indirettamente, che la Santa Sede avrebbe potuto fare a meno dello Ior, secondo l’originario progetto abbozzato da Giovanni Paolo I.

Ora Oltretevere non godrebbe di buona salute nemmeno la poltrona di Jean-Baptiste de Franssu, l’attuale presidente Ior, che potrebbe essere vittima di un effetto domino che si starebbe abbattendo su tutti gli uomini nominati a suo tempo dal cardinale Pell ormai alle prese con i suoi problemi giudiziari nella lontana Australia.

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