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La ditta del Nord tolta alla mafia ora vince appalti - La web serie

Dopo il sequestro torna a lavorare l'azienda edile Bianchini. La seconda vita nella video-inchiesta online "Riprendiamoli, sfida per i beni confiscati"

Riprendiamoli, web serie sui beni confiscati alla mafia - 2. L'azienda del nord strappata alla 'ndrangheta Lo stabilimento della Bianchini costruzione è nella zona industriale di San Felice sul Panaro, in provincia di Modena. Al piano terra c'è solo una impiegata a lavorare. Al primo piano, l'amministratore giudiziario Rosari Di Legami racconta la rinascita dell'azienda sequestrata: i proprietari sono tutti imputati di Aemilia, il più grande processo per mafia al nord che si sta svolgendo a Reggio Emilia. "Quando sono entrato nel 2015 la situazione era drammatica, i 40 operai in cassa integrazione. Siamo riusciti a ripartire vincendo cinque gare" La web serie "Riprendiamoli" è uno spin off dell'omonima inchiesta, diventata ebook, realizzata da quotidiani Gedi, Confiscati Bene e Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino (di Tecla Biancolatte, collaborazione di Gianluca De Martino. Filmmaker Francis Joseph D'Costa, Maurizio Tafuro; montaggio Mariagrazia Morrone)

RIPRENDIAMOLI, SFIDA PER I BENI CONFISCATI: IL PROGETTO

di Tecla BiancolatteMODENA. «Sono entrato nella ditta Bianchini insieme alle forze dell’ordine il 28 gennaio 2015 e oggettivamente la situazione era drammatica. L’azienda era stata colpita un anno e mezzo prima dall’interdittiva antimafia, i quaranta lavoratori erano in cassa integrazione». L’amministratore giudiziario Rosario Di Legami parla dal primo piano del grande capannone nella zona industriale di San Felice sul Panaro, in provincia di Modena, sede della Bianchini costruzioni. Al piano terra è rimasta una sola impiegata che preferisce non essere ripresa dalle telecamere. All’esterno, due operai sono appena scesi dagli escavatori e non vogliono rilasciare interviste.

Di Legami cammina nel lungo corridoio dove si affacciano stanze vuote e impolverate. «Ecco parliamo nello studio». L'amministratore entra, apre la finestra e si mette seduto. Partono da qui le riprese del secondo episodio della web serie “Riprendiamoli, sfida per i beni confiscati alla mafia”, trasmessa domani sul sito del nostro giornale e su Repubblica.it. Un video di sette minuti che ripercorre il passato prossimo e il presente della ditta di costruzioni ora sotto sequestro e che nel 2012 dichiarava un fatturato di 13.635.000 euro.

È per effetto del terremoto in Emilia del 2012 che l’azienda, dopo anni di crisi del settore edilizio, va a gonfie vele. Lo stato stanzia circa quindici miliardi di euro nella bassa modenese per la ricostruzione. Gli appalti diventano un piatto ricco per la ’ndrangheta che decide di nascondersi dietro le imprese locali, tra cui la Bianchini, ditta storica del territorio con 40 anni di attività alle spalle.

Sulla scena compare la figura del boss Michele Bolognino. È lui a fornire all'impresa una quindicina di operai che, secondo la ricostruzione degli investigatori, vengono sfruttati per consentire a Bianchini di essere più concorrenziale nei lavori pubblici e quindi negli appalti. Nella ditta entra a lavorare anche il genero di Nicolino Grande Aracri, boss di primo piano della ‘ndrangheta cutrese. La divisione distrettuale antimafia inizia a indagare. Nel 2015 nella frazione di Rivara a San Felice sul Panaro, nel cantiere dei Bianchini, c'è il blitz dei carabinieri: Augusto Bianchini, titolare dell’impresa, viene arrestato. Lui, la moglie Bruna Braga e i tre figli sono tutti imputati di Aemilia, il più grande processo per mafia al Nord d’Italia chi si sta svolgendo nell’aula bunker di Reggio Emilia.

«Per anni si è fatto finta di non vedere l’avanzata della mafia al Nord. L’intera classe dirigente settentrionale ne ha negato la presenza, causando danni. La rimozione c’è stata, l’opinione pubblica non è stata avvertita. Chi denunciava la presenza della criminalità organizzata veniva considerato un visionario». Le parole del sociologo e presidente di Libera Nando dalla Chiesa sono ben sintetizzate dallo striscione appeso dai suoi studenti nel cortile dell’Università degli studi di Milano: «La mafia al Nord è realtà, basta omertà».

Una realtà ben testimoniata dalle trentacinque aziende e dai trecentocinquanta immobili che sono stati sequestrati nell’ambito del processo Aemilia. Ora la scommessa è saper gestire al meglio questo patrimonio che è calcolato in trecento milioni di euro.

Sta cercando di rinascere la ditta Bianchini che, prima dell’arrivo dell’avvocato Di Legami, era stata dichiarata fallita. Dopo la revoca del fallimento, sotto la guida dell’amministratore giudiziario, l’impresa ha partecipato a venticinque gare e ha vinto cinque appalti. Il guadagno è stato di circa 150.000 euro, nulla a che vedere con il fatturato dei tempi d’oro, ma comunque un inizio. Ognuno dei cinque appalti ha dato lavoro a circa cinque persone. Gli assunti attuali della ditta sono due. Dei quaranta operai cassintegrati il novanta per cento ha trovato una occupazione in altre aziende.

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