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Testamento biologico, passo avanti necessario dopo lunghi silenzi

Il Venerdì Santo 2011 Benedetto XVI officiò la Via Crucis portando nel cuore la domanda rivoltagli da una mamma e un papà di Busto Arsizio: «Santità, dov’è l’anima del nostro Francesco? Sta ancora nel suo corpo, che non può più peccare, pentirsi, scegliere? Si trova vicino a lui?». E il Papa, per la prima volta nella storia dei pontefici, rispose in mondovisione a questo e altri interrogativi individualmente strazianti, socialmente drammatici, teologicamente profondi. Arrivava, la domanda, da una “stanza del figlio” in cui si consumava silente l’esistenza di un giovane in coma vegetativo. Tra tubi e cannule, tra macchine che fabbricano il respiro artificiale. Due anni prima Francesco, malato da tempo di sclerosi multipla, s’era trasferito all’improvviso in un mondo parallelo, che non è la second life dei computer. Attorno a lui c’era tanto amore discreto, quasi nascosto, ma non fino al punto da tacere al capo della Chiesa la madre di tutte le ricerche di verità: dove finisce la vita spirituale?

Ci sono state più lacrime che chiasso dopo l’approvazione della legge sul testamento biologico, più silenzi che proclami. E allora può essere utile ricordare questa storia vissuta nel buio di una provincia del Nord e approdata, imprevedibilmente, nella luce di un luogo universale: la sede del successore di Pietro. Che cosa insegnarono i genitori di Francesco con la loro richiesta? Fondamentalmente che un’esistenza spezzata rimane un mistero, al di là di come uno Stato laico decida di affrontarlo. La scienza si muove a tentoni nel labirinto del coma dal quale succede che qualcuno si risvegli prodigiosamente. Quante situazioni, in Italia, come quella del ragazzo di Busto? E quanti tentativi sciagurati di considerarle tutte uguali e di giudicarle, magari condannarle, quando la difesa della vita lascia il posto, attraverso legittime scelte, a rinunce per pietà. «Morire mi fa orrore», scrisse a Giorgio Napolitano, usando un sintetizzatore vocale, Piergiorgio Welby prima che, come per Eluana Englaro, un tribunale degli uomini autorizzasse un medico a staccare la spina – «ma ciò che mi è rimasto è solo un testardo, insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche». Eluana non poté mai esprimersi: suo padre e un giudice decisero per lei. La mamma di Francesco scrisse al Papa: «Siamo felici di stare con nostro figlio perché abbiamo fede e ci siamo convinti che sia vivo».

Una volta in tv lo scienziato Umberto Veronesi disse che l’esistenza è un diritto, non un dovere. Un padre della Chiesa, il cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano, da tempo infermo, sembrò spianare, anche sul piano delle fede, la strada dei dubbi drammatici. Al medico che lo curava manifestò il rifiutò dell’accanimento terapeutico. E questi lo rese pubblico perché evidentemente era stato autorizzato a farlo.

Molti, ne siamo certi, non cambieranno idea sul coraggio di vivere anche in condizioni tragiche. Molti altri non dovranno più varcare il confine con la Svizzera per porre fine a sofferenze indicibili e per non scontrarsi con i principi di un Parlamento rimasto muto e sordo per troppo tempo. Siamo sicuri che nei reparti di terapia intensiva degli ospedali, medici coscienziosi continueranno a coltivare le buone pratiche della resa di fronte all’impossibile. Al momento si apprezza una cosa: nell’Italia delle misere risse sul papà di una ministra, c’è stato un sussulto di responsabilità civile. Non un via libero all’eutanasia né al suicidio assistito. Più semplicemente il riconoscimento del consenso informato, della facoltà concessa alla persona irrimediabilmente malata ad autodeterminare, previo giudizio clinico, il modo in cui andarsene.

Il Paese che è stato culla del diritto ha deciso, una volta tanto, di non rassegnarsi a essere conosciuto, anche agli occhi della Corte dell’Aja, come tomba della giustizia. Otto articoli, davvero pochi rispetto alle sbrodolate di prescrizioni che solitamente contraddistinguono l’agire del legislatore. Forse un segno di cambiamento, forse no. Sicuramente un elenco di limiti all’interruzione delle terapie che finora doveva passare dai tribunali. In ogni caso un passo in avanti, doloroso, necessario.

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