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IL COMMENTO: CATTIVA DOMENICA 

Calcio, il vero campione del 2017? È il Var

Siamo di fronte alla vera rivoluzione che può riportare il gioco più popolare a una dimensione più vicina a quella del vero sport e non del wrestling, dove esibizione atletica e artistica si fondono senza che nessuno però faccia finta che sia cosa vera. Ecco perché è il Var il campione da celebrare del 2017 

Benvenuti a Credulandia, capitale dell’Italico pallone, monarchia fondata sul potere dei manovratori della passione popolare. Oggi si celebra il passaggio del nuovo anno e questa monarchia scricchiola un po’, presa come è dal tentativo di preservare se stessa dagli scandali e da una modernità che si è stufata di attendere e si è messa in campo da sola sotto forma di Var.

Ed è questa la vera rivoluzione che può riportare il gioco più popolare a una dimensione più vicina a quella del vero sport e non del wrestling, dove esibizione atletica e artistica si fondono senza che nessuno però faccia finta che sia cosa vera. Ecco perché è il Var il campione da celebrare del 2017, non per lo strumento in quanto tale ma per cosa può rappresentare in una battaglia di giustizia che il calcio ha sempre tentato di rifiutare, fra nostalgie per l’epoca dei furbastri con le schede telefoniche svizzere per dare disposizioni agli arbitri e rimpianti per i gol che si potevano realizzare anche se la palla non entrava o viceversa.

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Prendiamo la copertina di Tuttosport con la notizia della sconfitta abilmente nascosta o i commentatori che dicono che a Torino Ronaldo farebbe la riserva o che Dybala è meglio del portoghese. È un mondo autoreferenziale che si autoalimenta grazie a personaggi che sono “dentro” al meccanismo, che ne fanno parte. Sparito quel sano distacco che aiuterebbe a capire e a spiegare meglio



Per questo, e non solo per questo, sono al limite dell’esercizio teorico i bilanci tecnici di fine anno nel senso più tradizionale del termine. Anche perché coincidono con quelli di mezza stagione. Il calcio ha il Capodanno in estate e il titolo d’inverno – ha ragione Maurizio Sarri, quando tentano di fargli celebrare quello del Napoli – è come la Padania: non esiste.

Esiste invece un calcio italiano che si divide in due categorie. Da una parte ci sono gli Innovatori, quelli consapevoli che così non si può più andare avanti. E dall’altra i Fanfaroni della nostalgia, quelli al cui cospetto Margaret Thatcher sarebbe stata una pericolosa sovversiva. Gente che odia il Var dicendo che toglie la poesia ma in realtà vorrebbe tornare al Medioevo degli errori arbitrali, perché è in quell’ambiente fanghiglioso che è cresciuta e prosperata facendo da vassalli ai Signori dispensatori di favori. Il feudalesimo nel calcio ha dominato fino all’altro ieri e continua a sopravvivere nei salotti tv, in mano alla Congrega dei Pindari che loda buoni giocatori fino a farli diventare Palloni d’oro dopo una tripletta al Sassuolo. A inventarsi esilaranti sondaggi (il top: «Meglio Dybala o Messi?») e a infamare il Var a suon di disinformatija al punto da farsi prendere per le orecchie dal direttore di quella tv. Però quelli non s’arrendono neanche di fronte all’allenatore del povero Dybala, il saggio Max Allegri, con il suo livornesissimo e sacrosanto «Ma la fate finita?».

Vanno avanti così, fra un cazzeggio e l’altro presentati come cosa seria. Qualche esempio: «L’Inter prenderà Messi, perché il Barcellona deve andare oltre Messi, come lui ce ne sono tanti»; «Il Milan che vince il derby? E certo, anche un asteroide può colpire la Terra». Ed è in questo festival della nullità che si fanno passare sotto traccia situazioni drammatiche come quelle sottolineate dalla relazione dell’Antimafia sui legami fra organizzazioni criminali, calcio, soldi sporchi e partite truccate. Documenti e testimonianze da brivido quasi ignorate o dipinte come marginali da gran parte dell’informazione (ma non da questo giornale).

No, cose come queste non sono da silenziare. Il problema vero è che le tv le partite non devono solo raccontarle ma propagandarle, e quindi guai a dire che quelle degli altri sono migliori e che il nostro campionato è solo più combattuto ma non di maggiore qualità. Molti scordano che il 2017 resterà nei libri di storia sportiva come l’anno in cui l’Italia del calcio è rimasta fuori da un Mondiale per la prima volta dopo 60 anni e che a quasi due mesi da quel disastro ancora nulla è cambiato. Che la frangia dirigenziale dei Fanfaroni è ancora lì che trama per conservare il conservabile. E che i diritti tv delle prossime tre stagioni non sono stati ancora venduti. L’asta, di rimando in rimando, è slittata a gennaio. I presidenti sognano di ricavare un miliardo a stagione, l’offerta ipotizzabile, ben che vada, è di 300 milioni inferiore. Polvere su polvere nascosta sotto tappeti che più prima che poi esploderanno. E allora sì che potrebbe essere troppo tardi.

twitter: @s_tamburini

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