Quotidiani locali

Nel 2018 la Rete sarà la vera superpotenza

Trump, Putin, Kim, Merkel, Xi: leader e destini della Terra incrociati col ruolo politico del web

Dopo un anno di grandi incertezze come quello che sta per concludersi, tutti si chiedono se il 2018 consentirà agli abitanti del pianeta di avere qualche punto fermo in più, magari scrutando i destini dei grandi player della scena internazionale. Intanto però conviene sottolineare che protagonista numero uno sarà certamente il web. Da convitato di pietra della scena politica com’è stata finora, in questo 2018 la Rete assume un suo ruolo politico autonomo rispetto a chi la inventò e a chi ne è padrone come i samurai di Silicon Valley o rispetto ai potentati che tentano di piegarla ai propri fini: tre miliardi di utenti in tutti gli angoli del mondo, anche i più remoti, sono i migliori garanti della sua autonomia. E del suo potere.

Ma è poi sicuro che le cose stiano così? Un’occhiata alla cronaca di ieri.

Ramzan Kadyrov, il leader ceceno che per conto di Putin ha “normalizzato” la situazione in quel territorio ribelle, è furioso. Non per le rinnovate sanzioni che accompagnano la sua sanguinosa bonifica, quanto perché Facebook e Instagram hanno deciso di escluderlo dai propri circuiti. Contro questa decisione si sono schierati migliaia e migliaia di follower e lui ha chiesto l’intervento del nuovo zar. Adesso la domanda è questa: ammesso che si possa ripescare questo campione dei diritti umani, per merito di chi sarà? Di Vladimir Putin che con l’Amministrazione Usa ha certamente buoni agganci, o dei propri ammiratori e del proprio cyber team, un manipolo di tecnici (fotografi, operatori, hacker, ecc.) con la sua minaccia?

Hanoi, capitale del Vietnam che cresce all’ombra del capitalismo rosso gestito dal partito unico come la Cina, arruola 10mila cyber agenti «per contrastare i punti di vista sbagliati che circolano sul web», scrive il sito Asian Corespondent, commentando: «È un crescente giro di vite contro i critici dello Stato a partito unico». La rete Kgb, la rete agit-prop, e via coi paragoni, ma il reclutamento di 10mila secondini dimostra che nella muraglia carceraria qualche buco c’è ed è destinato a espandersi creando guai come a Pechino. e come in tutti i Paesi dove latitano i diritti civili?

Ultima notizia, anzi ultima immagine. Una serie di casematte basse, immerse nella neve di Lulea (Lapponia svedese) circondate da un reticolato e inaccessibili. È uno dei cinque siti dove Facebook conserva i suoi server. Anche il più profano degli osservatori, com’è chi scrive, non può impedirsi di pensare che lì, dietro quei cumuli di neve, ci siamo noi, i nostri gusti, le nostre debolezze, forse il nostro destino. C’è l’informazione. Da sempre il maggiore dei poteri, anzi il potere dei poteri, in apparenza così vicina alla nostra tastiera, in realtà lontana quanto la Lapponia.

Tutti gli analisti osservano che l’anno prossimo lo scenario di crisi più sensibile sarà l’area del Pacifico, dove l’America “great” di Trump si scontra con il suo maggior rivale, che è la Cina di Xi Jinping, diventato in pochi anni l’uomo più potente a Pechino dai tempi di Mao. La materia del contendere è vastissima: si va dall’influenza sui Paesi del sud-est asiatico alla querelle per alcuni isolotti artificiali che ciascuno dei contendenti reclama per sé più per puntiglio che per reale necessità strategica. La Cina è per la globalizzazione, l’America per la sovranità commerciale e via dicendo. In realtà Pechino, dopo un momento di stanca della propria economia, ha ripreso a correre proprio come Wall Street, con l’ambizione di diventare la maggiore potenza economica mondiale (in parte lo è già). Ovviamente l’America resiste. E Trump, per quanto acciaccato, su quest’affare ha dalla sua la maggioranza del Paese e del suo establishment economico. Sarà una battaglia senza esclusione di colpi. Per ora le spade si incrociano sul cielo di Pyongyang in un balletto quanto meno disdicevole. Al Consiglio di Sicurezza dell’Onu Xi vota le sanzioni per la Corea del Nord, altrettanto fa Putin, poi l’uno e l’altro riforniscono sottobanco di petrolio Kim Jong-un. Lo scopo è di far saltare i nervi all’America. Un trappolone, insomma, guai a caderci dentro, magari per rialzare le proprie sorti in patria. In realtà Trump non subirà l’impeachment, ma l’8 novembre, a due anni dalla sua contestata vittoria, le elezioni di mid-term potrebbero metterlo di fronte a un Congresso meno amichevole.

Il destino di Trump si incrocia con quello dei populismi xenofobi europei, dei quali è diventato l’icona. Il nuovo anno, con i suoi appuntamenti elettorali, dirà se l’ondata di destra è destinata a crescere o a smontarsi di fronte ad una minor pressione del dramma dei migranti. Il 2018 renderà più tracciabile il braccio di ferro fra Berlino, Mosca e Washington per l’egemonìa sull’Europa centrale, un confronto che non avrebbe di che nutrirsi se l’Ue fosse viva e vitale. Ma sappiamo che non è così. Con la Merkel giunta alla fine della sua parabola, l’Unione regge per la respirazione bocca-a-bocca di Macron, il presidente francese che appare (o si spaccia? ) il nuovo uomo forte del Continente. Un Continente in declino che, unito, potrebbe contare molto su mondi senza più padroni stabili come l’Africa o il Medio-Oriente con le sue miserie, impermeabili al web e ad ogni vento di laico raziocinio.

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

TrovaRistorante

a Mantova Tutti i ristoranti »

Il mio libro

NARRATIVA, POESIA, FUMETTI, SAGGI E TESI DI LAUREA

Pubblica il tuo libro