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Movimento 5 Stelle

Il (non) partito-azienda tra regole e gerarchia

Già da qualche mese, dall’incoronazione sul palco di Rimini, Luigi Di Maio è il capo del M5S. Ma da qualche giorno sappiamo finalmente qualcosa di più su “che tipo di capo” è Luigi Di Maio. Le regole che il Movimento si è dato, negli ultimi scampoli dell’anno, alzano significativamente il livello di complessità e articolazione formale di una organizzazione in precedenza altamente fluida (e nebulosa, nel suo funzionamento).

Basti pensare che, insieme al nuovo Statuto della nuova Associazione con cui si presenterà alle Politiche 2018, insieme al Codice Etico e al Regolamento per la selezione dei candidati, il Movimento 5Stelle ha anche diffuso, per la prima volta, un organigramma. Proprio così, un soggetto politico finora auto-definitosi come squisitamente orizzontale ha oggi qualcosa che assomiglia a una gerarchia interna: 1° il Garante (Grillo); 2° il Capo politico (Di Maio); 3° il Comitato di Garanzia; 4° il Collegio dei Probiviri; 5° il Tesoriere (lo stesso Di Maio); 6° l’Assemblea degli iscritti.

Il Movimento è, dunque, ora, qualcosa di molto più simile a ciò che ha sempre negato di essere, ma in fondo è sempre stato, almeno dalla scelta di correre alle Politiche. È un ex-non partito, come l’ha definito di recente Massimiliano Panarari. In questo modo, anche gli aspetti che attengono alla leadership – altra parola tabù ormai del tutto sdoganata – possono essere valutati con maggiore precisione.

A differenza di quanto ha sostenuto il dissidente interno Roberto Fico, la carica di Di Maio non riguarda le sole incombenze legate alla presentazione delle liste e alla legge elettorale. Di Maio è, a tutti gli effetti, il capo della vita interna del M5S. Un ruolo che gli assegna, anche in base ai nuovi documenti, significative prerogative.

Di Maio deve tuttavia condividere la leadership: anzitutto con il Garante, Beppe Grillo, figura che nell’organigramma come nello statuto appare sovraordinata rispetto a quella del capo. Anzitutto, va sottolineato come, attraverso una omonima associazione parallela, il fondatore mantenga tutt’oggi il controllo del simbolo pentastellato, che la nuova associazione – nei fatti un nuovo partito – ottiene in «concessione».

Insieme al Capo politico, il Garante continua inoltre a esercitare funzioni cruciali, ad esempio quelle di chiedere una ripetizione delle votazioni degli iscritti e di vagliare le candidature. Al garante, soprattutto, compete la «interpretazione autentica, non sindacabile» dello Statuto. E, al pari del Comitato di Garanzia, può sfiduciare il Capo politico (scelta che dovrà essere poi ratificata dagli iscritti).

Certo, anche Grillo, sulla base delle nuove regole, non è più “intoccabile”: lo stesso Garante può essere infatti sfiduciato dal Comitato di Garanzia, seppur attraverso una procedura piuttosto complicata che in parte lo mette al riparo da questa possibilità. Infine, la carica di Garante non ha scadenza, a differenza di quella di Capo politico, che dura invece 5 anni ed è vincolata ai due mandati e, in ogni caso, all’eleggibilità in Parlamento: in altre parole, Di Maio, già arrivato alla seconda candidatura come cittadino 5Stelle (salvo nuove modifiche statutarie), non potrà essere ri-eletto come Capo.

Qualsiasi valutazione sulla leadership pentastellata non può però trascurare una ulteriore, centrale fonte di autorità interna, sebbene invisibile nell’organigramma. Lo Statuto prevede infatti esplicitamente, già all’articolo 1, che le consultazioni telematiche debbano svolgersi attraverso la cosiddetta piattaforma Rousseau, attraverso accordi con l’Associazione Rousseau: quindi, con Davide Casaleggio e la Casaleggio Associati, che mantengono dunque un ruolo decisivo nella gestione della democrazia interna.

Di Maio è dunque, oggi, il capo di un partito che non è, tuttavia, (o, almeno, non è solo) un Partito del capo. È ancora il partito del Garante. E, al contempo, un partito azienda.

@fabord

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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