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CALCIO: CATTIVA DOMENICA 

L’ultimo nemico del calcio perbene: il lobellismo

Pochi si sono accorti che c’è molto altro dietro la nuova tempesta che investe gli arbitri attraverso le ultime decisioni prese sul campo. Che, è bene chiarirlo, non vanno viste in chiave di favore a questa o quella squadra. Si tratta di rigurgiti del lobellismo, che rappresenta per il mondo arbitrale ciò che il fascismo è per la democrazia: l’antitesi. Ecco perché non si può perdere questa sfida 

È ancora una volta quel che non si vede, quel che non sembra e quel che viene nascosto a doverci preoccupare più di un giudizio arbitrale sbagliato, di una squadra bollita, di un allenatore bizzarro o di un giocatore ubriaco a Capodanno. Ed è la mancanza di cultura e di rispetto, quella che divide da sempre il nostro calcio dalla civiltà e che in questi giorni diventa abisso. Sommerso dagli interessi tv e dal lobellismo (da Concetto Lobello, direttore di gara con tendenze autoritarie degli anni Sessanta e Settanta) che sta minando il mondo arbitrale alle prese con il rifiuto strisciante di modernità e giustizia rappresentate dal Var.

Il meglio, come al solito, viene nascosto o tenuto sottotraccia, perché non sia mai diventi fin troppo educativo. Prendete l’allenatore dell’Udinese Massimo Oddo che ammette la superiorità del Chievo e di aver guadagnato un punto senza abbandonarsi alle consuete supercazzole. Sarebbe da premio uno così, soprattutto è molto educativo, insegna quel rispetto che ormai è merce rara. Invece Oddo, a parte casa propria, vien quasi ignorato. E prendete il commovente abbraccio dei tifosi della Fiorentina all’interista Borja Valero. In tempi in cui l’insulto a chi se ne va è la regola, questa storia non andrebbe confinata in una foto francobollo. Ci racconta bene come si possa essere avversari e non nemici. Fra l’altro Borja non è uno di quelli che il vecchio Vujadin Boskov inserirebbe nella categoria «testa di calciatore serve per portare cappello». In un’intervista un anno fa ebbe a dire che «è strano sapere che c’è gente che rimpiange il franchismo» e raccontare questo: «Giocavo nel West Bromwich e retrocedemmo, alla fine vollero che facessimo il giro di campo per applaudirci».

Uno così dà fastidio alla narrazione che non vuole andare oltre il campo per destinazione, alla regia unica tv che mostra solo volti belli in tribuna e nasconde gli insulti razzisti. L’ultimo caso, a Cagliari, ha riguardato lo juventino Matuidi, che dopo averli denunciati ha aggiunto: «Io non riesco a odiare». Una grande lezione, spesso comune a quella degli altri atleti raggiunti dal cretinismo degli spalti. Lo stesso che ha visto sommergere di fischi un Paulo Dybala in lacrime che usciva dal campo dopo un grave infortunio. I fischi a un giocatore ko trasformano gli stadi in Colossei dove i trogloditi prevalgono sugli spettatori perbene. Sono giganteschi inni all’inciviltà che fanno descrivere l’Italia all’estero ancor peggio di quel che è. Sospesa, calcisticamente parlando, in una sorta di limbo anarchico dei senza potere. In attesa di capire come e chi comanderà dopo le dimissioni post-disastro Mondiale, pochi si sono accorti che c’è molto altro dietro la nuova tempesta che investe gli arbitri attraverso le ultime decisioni prese sul campo. Che, è bene chiarirlo, non vanno viste in chiave di favore a questa o quella squadra. Si tratta di rigurgiti del lobellismo, che rappresenta per il mondo arbitrale ciò che il fascismo è per la democrazia: l’antitesi. Il Var, anche al netto di quel che ancora non va, irradia una rivoluzione che toglie potere al singolo arbitro, non più giudice unico. E questa cosa, alla vecchia guardia, abituata a muoversi nel torbido, non piace. Non appena ha sentito aria di entusiasmo, di volontà di allargarne l’uso, di trasparenza, ecco che è scattata l’applicazione alla lettera del protocollo, il rifiuto di “andare a rivedere”, oppure il messaggio «lo rivedo ma tanto qui comando io». Con il risultato di convalidare un palese errore pur di conservare la specie e perpetuare un calcio medievale. A supporto ci sono poi quelli della disinformatija, pronti a giocare il secondo tempo della stessa partita: «Se questo è il Var, meglio tornare all’antico». Già, alla giungla dalla quale si sta cercando di fuggire. È questa la partita da vincere, fatta di rispetto e cultura. È una partita dove i valori vengono prima dei colori, nell’interesse di tutti quelli che vogliono un calcio onesto, pulito, perbene. Chi sta dall’altra parte, invece, esercita la forma peggiore di razzismo: ingiustizia contro giustizia. E va sconfitto. Senza indugi.

twitter: @s_tamburini

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