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La svolta verde di May più vicina all'Europa

L'opinione

Theresa May scopre il lato verde dei conservatori inglesi, presentando una strategia di lotta totale ai rifiuti di plastica sul suolo britannico per i prossimi 25 anni. Dopo aver passato un annus horribilis segnato da: lotte intestine e fratricide nel suo partito, l’opposizione che sale nei sondaggi guidata dal leader “socialista” Corbyn idolatrato dai giovani, la sua maggioranza che vacilla sui negoziati con l’Ue per la Brexit, imperi finanziari che preparano le valigie, sanità pubblica al collasso. Neppure la notizia della cancellazione della visita ufficiale del presidente statunitense Donald Trump, che avrebbe potuto provocare non poche proteste di piazza, ha contribuito a portare il sereno.

Isolata e debole la premier ha deciso di rilanciare la propria visibilità tentando la carta del riconoscimento internazionale, in fondo l’area di influenza del Regno di Sua Maestà si estende agli stati del Commonwealth, in mezzo mondo. E continua ad essere riferimento per Paesi con un forte impatto inquinante come India e Sri Lanka. Per uscire dal bunker dell’impopolarità la May ha quindi lanciato il suo manifesto per la salvaguardia del pianeta, ovviamente seguendo le orme di personalità come Barack Obama ed Emmanuel Macron.

Dopo essere stata la prima a complimentarsi con Trump all’insediamento, la leader dei Tories prende le distanze dalla Casa Bianca. In modo aperto e diretto, facendo capire che nell’opzione di doversi schierare tra Washington e Bruxelles guarderebbe sicuramente ai cugini europei. Brexit a parte, la complementarietà tra le due sponde della Manica è ancora tangibile in molti settori. La pratica di far pagare 5 pence (56 centesimi di sterlina) i sacchetti di plastica in tutti i negozi – non ci sarà invece la tassa di 25 pence per le tazzine da asporto – che la premier vuole introdurre, è in linea con le esigenze della direttiva dell’Unione Europea.

Qualche plauso bipartisan alla svolta ecologista della May, seguito da un coro di critiche per i tagli alla green economy: stop a nuovi parchi eolici onshore; fine delle sovvenzioni per il solare con relativa perdita di migliaia di posti di lavoro; congelamento del bilancio per le energie rinnovabili almeno fino al 2020. Mentre avanti tutta con il fracking e in arrivo nuovi finanziamenti a gas e petrolio, con un pacchetto da 3 miliardi di sterline per assicurare il futuro delle estrazioni nel mare del Nord.

Per gli scettici il programma della May è tutt’altro che ambizioso sia in termini d’incisività che di temporalità. Una visione che guarda a un quarto di secolo per un governo che traballa è effettivamente un mezzo azzardo. Le organizzazioni ambientaliste parlano apertamente di una scelta a metà, ininfluente se non supportata da azioni concrete come ad esempio la regolamentazione delle bottiglie di plastica. E c’è persino chi fa notare che la riduzione di plastica nei mari disinserita da un ampio progetto di lotta al cambiamento climatico non avrebbe nessun risultato. Secondo Sue Hayman, ministro ombra laburista per l’ambiente, le scelte della May sono frutto di poca serietà, e insostenibili nel lungo periodo.

I numeri presentati dal governo britannico allertano: 8,3 miliardi di tonnellate di plastica prodotte dal 1950. E si stima che possano diventare 34 miliardi nel 2050. Senza aspettare il domani, oggi ci sono 718 rifiuti sparsi ogni 100 metri di spiaggia britannica. Nel solo Regno Unito, la quantità di plastica monouso sprecato ogni anno potrebbe riempire mille sale concerti delle dimensioni della prestigiosa Royal Albert Halls in Kensington a Londra. Un milione di uccelli e 100mila altri animali, in particolare mammiferi marini e tartarughe, muoiono ogni anno a causa dei rifiuti. Un pesce pescato su tre ha ingerito plastica.

Uno dei nodi del dibattito politico è l’introduzione di una legislazione all’avanguardia. L’ultimo quadro normativo con un approccio ecologista risale al 2008, quando i conservatori sedevano sui banchi dell’opposizione.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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