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M5s. Il mito ormai incrinato della superiorità morale

Il politico o il partito che costruiscono un’immagine di sé fondata sulla propria diversità (del tipo: noi siamo i soli onesti, tutti gli altri rubano) dovrebbero essere consapevoli di correre enormi rischi. Ma nella vita privata come in quella pubblica quanto accaduto agli altri insegna poco. L’Italia dell’ultimo trentennio è un catalogo di scagliatori di pietre finiti lapidati.

Forse più del crollo della cortina di ferro fu quello del mito della superiorità morale, gravemente incrinata dalle inchieste giudiziarie, a segnare la crisi del più radicato partito comunista dell’Occidente. Il Pri che fu di Ugo La Malfa, ipervirtuoso per definizione, venne azzerato dall’accusa di finanziamento illecito via Enimont al figlio Giorgio, ex ministro del Bilancio. Lo stesso principale testimonial di Mani Pulite, Antonio Di Pietro, si ritrovò senza più un seguito elettorale per colpa di un’inchiesta televisiva, peraltro infarcita di fake news, su proprietà immobiliari malamente dichiarate. E quando si scoprì che i leghisti duri e purissimi di “Roma ladrona” finanziavano di nascosto le spese folli della famiglia Bossi e trasformavano i finanziamenti pubblici in diamanti e lingotti, fu come se il Po tracimasse per cancellare la Padania. Con la piena, scese a valle Matteo Salvini. Indimenticabile, poi, la casa a Montecarlo che Gianfranco Fini, orgogliosa schiena dritta del centrodestra, si comprò con una donazione ad Alleanza Nazionale.

Veniamo ai Cinquestelle. La vicenda che ne sta sconvolgendo la campagna elettorale è risibile: qualche manciata di deputati, senatori, europarlamentari, probabilmente anche consiglieri regionali e comunali ha fatto finta di versare i contributi, obbligatori per gli eletti M5S, al Fondo per il microcredito attivato fra il 2014 e il 2015. Il Fondo garantisce operazioni di importo limitato a favore di lavoratori autonomi e piccole imprese che beneficiano di quanto stanziato dal governo (30 milioni di euro l’anno) e rimpolpato da privati, come i parlamentari del Movimento tenuti a decurtarsi a tal fine una parte dello stipendio e della diaria. I furbi grillini hanno invece fatto i bonifici, poi fotografato le ricevute da mandare al partito come prove dell’ottemperato obbligo, infine revocato i bonifici per tenersi i soldi. Roba da poveracci: più o meno mancherebbe un milione rispetto alla cifra attesa, una ventina di milioni di euro. Come negli antichi episodi di Pri, Italia dei Valori, Lega Nord e tanti altri, i numeri valgono poco e ancor meno l’assenza di qualsiasi reato penale: sono la bugia negata fino all’ultimo, la piccola truffa con la complicità di qualche ammiccante bancario, l’avidità ammantata di generosità a segnare il tramonto di una narrazione che ha illuso parecchi nostri concittadini. Tanto da farci supporre che non sentiremo più il coro “Onestà! Onesta!” che puntuale si alzava nei meeting d’inizio autunno a Roma, Imola, Palermo, Rimini.

Eppure ha ragione Luigi Di Maio: le mele marce si trovano in ogni cesto, compreso il suo, e questa vicenda è tanto devastante per il Movimento quanto il caso Boschi-Banca Etruria lo è stata per il Pd renziano. Bisogna pur accontentarsi, preso atto che la diversità non è più un buon argomento elettorale

Paradossalmente, agli occhi del giovane leader di Pomigliano d’Arco il caso dei mancati versamenti ha perfino ricadute positive: costringe i suoi candidati non ripudiati a serrare le fila nelle ultime due settimane di campagna elettorale, consente al partito di presentarsi come vittima di un attacco mediatico e, soprattutto, distoglie l’attenzione degli elettori dagli altri seri problemi del M5S, che vanno dalla farraginosità delle loro amministrazioni locali al distacco progressivo del disamorato fondatore, Beppe Grillo, dal fallimento della piattaforma Rousseau alle accuse di ex frontman politici e amministrativi come David Borrelli e Massimo Colomban. Quest’ultimo, imprenditore trevigiano di successo globale che è stato per qualche mese l'allibito assessore alle Partecipate a Roma, ha riassunto ieri così il giudizio maturato sui grillini: «Se arrivano al governo, lo sviluppo si ferma».

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