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Elezioni, il professore non vota Pd, è un’altra spina per i dem

Elezioni, il professore non vota Pd, è un’altra spina per i dem

Il Commento

Prodi pianta saldamente la tenda nel centrosinistra, e su questo non vi erano dubbi, ma i suoi acuminati picchetti fanno male a Renzi. Il Professore non voterà Pd: e questo, non si può negare, non è certo cosa da poco. Il Partito democratico è nato per mano di Veltroni ma la sua fondazione è stata il logico sbocco politico di un processo spinto innanzitutto dall’anima ulivista.

Oggi Prodi si schiera dalla parte della lista “Insieme”, rimasta orfana dell’amletico Pisapia e tenacemente coltivata da Santagata, da sempre vicino al Professore. Ma non solo. Il fondatore dell’Ulivo passa idealmente il suo testimone a Gentiloni, in nome di una «politica che deve essere guidata e non comandata», del suo europeismo, della sua capacità di tenere insieme forze diverse. La presa di distanza da Renzi, nonostante l’appartenenza di “Insieme” alla mini-coalizione guidata dal Pd, non poteva essere più netta.

Al Fiorentino, Prodi rimprovera molto: una concezione di governo fondata sullo scardinamento di equilibri fine a sé stessa; la personalizzazione della politica; l’idea che i corpi intermedi, a partire dal sindacato, siano orpelli del passato; una rude concezione della rottamazione; la politica delle mance sotto forma di bonus; un certo tasso di populismo antieuropeista. E, soprattutto, il fatto che Renzi, non si sia fatto da parte, nemmeno temporaneamente, come promesso, dopo aver perso il referendum.

Indicando Gentiloni come l’uomo di governo attorno al quale si deve ricostruire il centrosinistra il mite Bolognese prende definitivamente le distanze dall’irruento Fiorentino e dalla sua, costante, tentazione di trasformare il Pd in PdR. In quel Partito di Renzi, personalizzato e macronizzato, che rappresenta esattamente il contrario di quella convergenze di esperienze che doveva essere il sostrato culturale del Partito democratico di matrice ulivista.

Un passo che non sarà certo piaciuto a Renzi, che non ha abbandonato l’idea di tornare a Palazzo Chigi. Convinto com’è che, nonostante la probabile vittoria della destra, non ci sarà maggioranza in Parlamento. Prospettiva ardua. Perché, anche se andasse così e la destra non raggiungesse il 40%, a dare vita a un governo – istituzionale, del Presidente, di scopo, o quello che la nominalistica fantasia del ceto politico vorrà che sia - non sarà certo il divisivo Renzi. Se proprio il presidente della Repubblica conferisse l’incarico a una personalità della coalizione che ha più probabilità di formare una maggioranza, e se questa non venisse dalla destra implosa dopo il successo, con Forza Italia e Lega su posizioni divaricate, non sarà Renzi ma Gentiloni, o Minniti, o Calenda, a salire le scale di Piazza Colonna.

Una presa di posizione scomoda, quella prodiana: anche perché fa saltare i calcoli di Renzi, convinto che il Rosatellum portasse acqua al suo mulino elettorale. Dopo il pronunciamento del Professore, invece, tutto diventa più complicato. Anche perché la lista “+Europa” potrebbe già varcare la soglia del 3%: molti sono gli elettori del Pd non renziani, ma che aborrono le avventure minoritarie, tentati di votare per la Bonino. Ora la visibilità data da Prodi a “Insieme” potrebbe far convergere altri voti in quella direzione.

L’inconfessabile idea che quei minicontenitori non avrebbero superato il 3%, i loro voti non si sarebbero tradotti in seggi, e andassero conteggiati a favore del Pd, rischia di venire meno. Incidendo sugli stessi equilibri parlamentari del centrosinistra e sul manovrismo renziano.

Per evitare tutto questo non è escluso che sia Renzi a cercare un accordo con Berlusconi, in un nuovo Nazareno destinato a mettere all’angolo Gentiloni– in politica nulla è per sempre e anche i rapporti più stretti finiscono – e gli altri possibili candidati.

A meno che, quello che si profila nelle urne, non sia un terremoto politico destinato a far crollare soltanto i sondaggi.

©RIPRODUZIONE RISERVATA



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