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Siria, negoziare parola d'ordine dei signori della guerra

Qualcuno si chiede se Damasco non sia la Sarajevo del XXI secolo, una scintilla che farà brillare una dopo l’altra le mille incongruenze visibili anche a occhio nudo sul Pianeta. Altri pensano invece alla Seconda Guerra mondiale, e paragonano una zoppicante conferenza per la sicurezza che si è appena tenuta a Monaco con quell’altra che si tenne sempre a Monaco, ma nel 1938, dove l’ignavia occidentale lasciò briglia sciolte a Hitler. Molti invece calcolano quanti conflitti si stiano in realtà svolgendo in Siria e dintorni, con quali protagonisti di facciata e con quali mandanti più o meno remoti, tutti insieme impegnati a strappare qualche chilometro quadrato in più di territorio o qualche centesimo di maggior prestigio, per presentarsi, incuranti dei morti e delle tragedie prodotte, alla resa dei conti finale. Quale resa dei conti, però? L’influenza dei grandi sul Medio Oriente; il controllo delle risorse energetiche; la spartizione della Siria; la parte in tragedia di Turchia e Iran; la sopravvivenza dell’entità nota come popolo curdo; la sicurezza di Israele e così via.

Gli ultimi avvenimenti da prendere in considerazione sono il bombardamento della zona di Ghouta Est, alla periferia di Damasco, da parte dell’aviazione lealista e l’invio di truppe anch’esse obbedienti a Assad verso l’area di Afrin, nel nord-est del paese, dove un robusto gruppo di curdi siriani resiste a un attacco terra-aria delle forze armate turche: Tayyip Erdogan, il Sultano, non ha esitato a sconfinare in pompa magna coi suoi tank e i suoi F16 (a luci spente l’aveva già fatto decine di volte in questi anni) perché vuole sloggiare i curdi da una zona destinata, secondo lui, a diventare protettorato di Ankara.

Per quanto riguarda Ghouta, da dove le telecamere ci trasmettono immagini stravolgenti, non è che la conferma dell’assoluta mancanza di riguardo verso il proprio popolo da parte di un tiranno che durante altre fasi della stessa battaglia contro i ribelli di Jaysh al Islam, una costola di Al Qaeda sostenuta dall’Arabia Saudita, pare abbia usato anche i gas. C’è chi definisce Ghouta come la Srebrenica siriana. Ma di quest’ultimo orrore era al corrente il grande protettore moscovita, Vladimir Putin?

Nessuno può dirlo. Si può invece ragionevolmente pensare che la spedizione in soccorso di Afrin, cominciata martedì e ieri minacciata di “gravi conseguenze” dal governo turco, avvenga in pieno accordo con il Cremlino. Il nuovo zar non ha rinunciato all’idea di essere lui il dominus in Medio Oriente e nell’area del Golfo. Sulla questione di Afrin il Cremlino avrà fatto un po’ di calcoli: la zona è occupata da peshmerga siriani appartenenti all’Ypg, una filiazione locale del Pkk tanto odiato da Erdogan, che purtroppo per lui fino all’altro ieri hanno combattuto fianco a fianco con gli americani. Per quanto privi di ogni direttiva sensata da Washington, è pensabile che i soldati Usa, un cui contingente è accampato lì vicino, lascino cadere i loro alleati di ieri, ampiamente magnificati dalle Tv di casa, senza muovere un dito? E che succederebbe allora? Forze Nato turche contro forze Nato Usa? Per quanto spregiudicato giocatore, Erdogan non può cacciarsi in una situazione così. Meglio un vertice, già convocato a Mosca con Turchia, Iran, e possibili altri partner. Come andrà a finire nessuno può prevederlo.

Come nessuno può prevedere in che modo finirà il braccio di ferro fra Israele e Iran sul nucleare, che rappresenta il vero, maggior problema da risolvere per un mondo pacificato. Su questo dossier Gerusalemme sa di avere pieno appoggio da parte dei Sauditi e soprattutto da parte di Trump: anche se, probabilmente, neanche un Presidente scapestrato come lui lascerebbe via libera per un attacco preventivo ai siti nucleari degli ayatollah. Ancora una volta, se possibile e nei limiti del possibile, la parola d’ordine è negoziare. Per parlare con Teheran e le sue varie appendici, Netanyahu ha avuto fino a ieri un solo amico spendibile: ancora una volta, Vladimir Putin. Dovesse riuscire anche qui, c’è da credere che il nuovo zar brigherà per avere a sua volta un Nobel per la pace. A Obama non ha portato un gran bene. E a lui?

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