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FORMULA 1

Andrea De Adamich: «Anche Enzo Ferrari sarebbe felicissimo di riavere l’Alfa in pista»

Il grande ex: «Ai miei tempi si rischiava di più ma i piloti di oggi sono quasi tutti privi di cultura»

Andrea De Adamich è uno dei re della Guida Sicura in Italia e, non a caso, ha creato un efficientissimo centro di formazione all’autodromo di Varano de’ Melegari, nel Parmense. Pilota, conduttore televisivo (il suo “Gran Prix”, andato in onda a partire dal 1978 su Italia, ha rivoluzionato il mondo dell’informazione sui motori, soprattutto riguardo alla Formula 1) e giornalista, è nato a Trieste nel 1941. Campione italiano di Formula 3 nel 1965, è poi diventato uomo Alfa Romeo, attraverso Autodelta, la squadra corse del Biscione.

Nel 1968 ha esordito nel Mondiale di Formula 1 con la Ferrari e in seguito ha corso con McLaren, March e Surtees, chiudendo la carriera in maniera traumatica con la Brabham, fratturandosi le gambe a Silverstone nei primi giri del Gran premio di Gran Bretagna, coinvolto in una carambola di otto monoposto e che sarebbe potuta concludersi in maniera tragica.

Unico pilota a rimanere incastrato nei rottami della macchina (e ci rimase per quasi un’ora, ndr), ricevette gli elogi di Autosprint dell’epoca («Dimostra un sangue freddo eccezionale degno di un marines nel Vietnam e accoglie con precise istruzioni i due pompieri e il commissario che subito gli sono addosso per scongiurare un principio di incendio») ma fu costretto ad abbandonare l’agonismo.

Iniziamo da lì con il parallelo tra la Formula 1 di ieri e quella di oggi?

«Probabilmente non mi sarei fatto nulla se fossi stato al volante di una macchina attuale: sono certo che il telaio avrebbe tenuto in maniera formidabile. La sicurezza ha fatto passi da gigante, ma…».

Ma…

«Una volta non c’era il terrorismo, ma c’erano altri aspetti che rendevano la vita pericolosa. Andavi da Milano a Brescia su autostrade con corsie a senso alternato e quando sorpassavi nella nebbia non potevi fare altro che pregare di non trovare un’automobile di fronte, stessa cosa succedeva sulla “Camionale”che legava Genova al Nord. Passando all’agonismo vero e proprio, vogliamo parlare di competizioni come la’Targa Florio’o il “Mugello stradale”?».

Certo, parliamone.

«Su quei tracciati passavi a 280 km/h sfiorando platani che come unica protezione avevano una piccola balla di paglia. E quindi, quando gareggiavi su piste che oggi sarebbero considerate improponibili e pericolosissime ti sentivi nel posto più sicuro del mondo. Ma ci divertivamo sempre e comunque, anche in Formula 1».

Oggi invece?

«Oggi invece su una Formula 1 non credo che mi divertirei e non vedo i piloti felici di correre quanto lo eravamo noi. Il piacere, una volta, te lo dava la corsa in se stessa, al di là del risultato che riuscivi a ottenere. Ora se non sali sul podio o quantomeno arrivi a punti non sei contento, perché le macchine non ti trasmettono più certe emozioni quando le guidi. Sono super-sicure, per carità, e per fortuna molti tragici incidenti sono stati evitati grazie alla resistenza dei materiali, ma è tutta un’altra cosa».

Anche i piloti sono cambiati.

«Le faccio due esempi del passato. L’argentino Juan Manuel Fangio, che ho avuto la fortuna di conoscere, non era soltanto un grande pilota ma anche un grande uomo. Così come Jackie Stewart, per fare il nome di un altro che anche nel “dopo gara” ha dimostrato il proprio spessore. Adesso invece, non mi faccia parlare…».

No, parli, parli…

«Tranne qualche eccezione non hanno cultura. Uno, in particolare, un pluricampione, era a un evento con me e non sapeva neanche chi fosse Leonardo Da Vinci. Roba da brividi. Quando noi ci trasferivamo in aereo, con voli transoceanici per andare a correre in Sudafrica o in America, si leggevano i libri, si parlava tra di noi, ci si scambiavano opinioni e gli argomenti erano tanti davvero: non si parlava certo di pistoni e pneumatici. Adesso cosa fanno? Si dedicano solo ai “giochini” elettronici per fare passare il tempo del viaggio. Ma che cultura vuole che abbiano? Quella della trafila Go-kart, Formula 3 o Formula Renault, Formula 2 o Formula 3000, Formula 1. Cultura scolastica: zero. Desiderio di capire il mondo che li circonda: zero. Interessa soltanto il contratto e capire se la macchina è sovrasterzante o sottosterzante».

Però una buona notizia c’è: il ritorno dell’Alfa Romeo nel Circus.

«Certamente sì e ne sono molto felice. Da ex pilota spero che la Sauber (con cui la Casa del Biscione si è accordata, ndr) sia potenzialmente vincente o comunque da prime posizioni. E poi c’è il risvolto commerciale da tenere presente: un’operazione importante che va di pari passo con il rilancio di auto che hanno fatto la storia dell’azienda di Arese come la Giulia e la Stelvio».

Enzo Ferrari, che nell’Alfa Romeo mosse i primi passi, cosa avrebbe detto?

«Sarebbe stato molto contento di questo ritorno e credo che avrebbe ragionato come Sergio Marchionne: speriamo che Ferrari e Alfa Romeo duellino per le prime posizioni, a quel punto deciderò per chi fare il tifo (sorride, ndr).

Lei, di prime posizioni con l’Alfa Romeo, ne sa qualcosa. Se le dico Brands Hatch 1971?

«Un bellissimo ricordo la 1000 chilometri corsa sul circuito britannico e vinta in coppia con il francese Henri Pescarolo con la 33/3: abbiamo avuto la meglio sulle mostruose Porsche 917 e Ferrari 512 M. Erano oltre vent’anni che l’Alfa Romeo non conquistava un successo in una prova del campionato del mondo, si può immaginare la gioia e l’orgoglio per avere tagliato un traguardo simile. Il presidente dell’Alfa Romeo Giuseppe Luraghi era al settimo cielo. Oggi, con la vittoria in un Gran premio, per la monoposto biancorossa sarebbe la stessa cosa a quasi cinquant’anni di distanza».

A proposito di Luraghi, un manager che i più giovani non conoscono…

«Era una persona formidabile, però i condizionamenti politici, a quei tempi, erano notevoli e l’azienda era controllata dall’Iri (Istituto per la ricostruzione industriale, ndr). Se avesse avuto maggiore libertà sono certo che oggi le tedesche Bmw e Audi non sarebbero così potenti sul mercato perché l’Alfa Romeo avrebbe occupato idee e spazi con il top di gamma che stava esplodendo negli anni Settanta. Invece, per tutta una serie di motivi, si puntò sull’Alfasud».

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