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CALCIO: IL COMMENTO 

La tragedia di Astori e quelle morti nel calcio senza un perché

Morire a trent’anni come può morire chi si avvicina ad averne cento è una cosa enorme, difficile da accettare. Se poi quel trentenne è un calciatore, apparentemente sano, controllato ogni giorno, lo shock supera ogni comprensione e apre uno squarcio sui timori che non si possa aver fatto abbastanza per scongiurare questa tragedia

Morire a trent’anni come può morire chi si avvicina ad averne cento è una cosa enorme, difficile da accettare. Se poi quel trentenne è un calciatore, apparentemente sano, controllato ogni giorno, lo shock supera ogni comprensione e apre uno squarcio sui timori che non si possa aver fatto abbastanza per scongiurare questa tragedia. Daniele Astori, 31 anni, se n’è andato nel sonno e solo per poco ci ha risparmiato l’ulteriore ceffone emotivo di vederlo stramazzare in campo a Udine con indosso la maglia della Fiorentina come era accaduto il 14 aprile 2012 a Pescara con Piermario Morosini, giocatore del Livorno.

La morte di uno sportivo è un duro colpo. Prima di tutto per le persone più care, che perdono non l’atleta ma il marito, il padre, il figlio, il fratello, l’amico, il compagno o l’avversario. Ma anche per tifosi, rivali o semplici appassionati. È una di quelle cose che si pensa non possano e non debbano accadere mai. E invece accadono, durante e dopo l’attività sportiva, lasciando enormi scie di sospetti, specie per il passato. Mezze squadre spazzate via per malattie simili, anni e anni dopo l’ultima partita, hanno ancora troppe pagine bianche nel libro dei perché. Il più clamoroso riguarda la Fiorentina anni Settanta, con sei ex morti e altri tre con gravi problemi di salute. E certo non è il solo.

Va detto che negli ultimi anni la qualità della medicina sportiva in Italia si è alzata e non di poco. La cosa però non elimina le perplessità su come possano verificarsi casi come questo. E, senza ovviamente legami con Astori, più in generale anche sul livello dei controlli antidoping, che nel calcio non segnalano quasi mai positività se non a sostanze poco “vantaggiose”. Il che fa nascere più di un dubbio: o il mondo del pallone è più virtuoso di ogni altro o i controlli hanno qualche falla. La prima cosa che viene in mente è che i ladri siano molto più avanti delle guardie, come purtroppo accade in altre discipline più avvezze al sangue marcio. Tutto questo perché i ritmi dello sport moderno sono ormai insostenibili. Le esigenze delle tv, della macchina da soldi sono devastanti: nel basket Nba, fra un viaggio e l’altro da una parte all’altra del Nordamerica, le partite ravvicinate di fatto sono i soli allenamenti possibili. Senza pensare al ciclismo dei Tour che impone ritmi da muli da soma e non da pedalatori umani.

E quel che è peggio è che lo slogan “The show must go on”, lo spettacolo deve continuare, calpesta tutto, anche il rispetto, tende a far passare i colori prima di valori e dolori. Ieri si è scongiurato questo rischio ma il fatto stesso che il presidente del Coni, Giovanni Malagò, abbia dovuto contrattare il rinvio, la dice lunga sul livello di sensibilità. Perché la morte di un calciatore non può esser come quella di un giornalista o di un medico: giornali e interventi chirurgici vanno avanti lo stesso, perché non si può fare altrimenti. Una partita no, una partita può attendere.

E c’è da riflettere anche su chi ha equiparato la tragedia al rispetto dovuto ai tifosi già in trasferta. Drammatiche coglionate di un mondo schiavo dei diritti tv e di una logica da Circo Massimo, cloaca della modernità. Quella stessa logica che nel febbraio 2001 permise alla Lega calcio di non rinviare Bologna-Roma che si giocava due giorni dopo la scomparsa di un giocatore rossoblù, Niccolò Galli, figlio 17enne di Giovanni, ex portiere della Nazionale. Una morte sciocca e scioccante in motorino. In tanti hanno ancora negli occhi l’immagine dei giocatori del Bologna abbracciati e piangenti a centrocampo prima di perdere una partita che non avrebbero voluto giocare. Da quel giorno un amico di Niccolò porta sulla schiena il suo 27. È Fabio Quagliarella, oggi alla Samp. Fabio, e tanti come lui, non hanno avuto bisogno di sentirsi dire che non era il caso di vestire numeri e magliette. Loro lo sanno bene, ce l’hanno nel cuore, che in certi momenti lo sport deve riappropriarsi del rispetto fin troppo calpestato. Ora resta solo da sperare che, oltre a esser fatta chiarezza su Astori, questo sacrificio faccia recuperare a tutti la dimensione umana dell’agone sportivo. E non solo di quello.

twitter: @s_tamburini

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