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Gli anti-establishment hanno i loro grattacapi
Dopo il voto

Gli anti-establishment hanno i loro grattacapi

L'opinione

Se i mercati e l’establishment europeo sono preoccupati per i risultati delle elezioni italiane, sono riusciti a nasconderlo molto bene nel lunedì del terremoto. Dopo un iniziale ribasso, in Borsa è stata calma piatta. Sono scese le azioni Mediaset, in conseguenza dell’insuccesso del partito-azienda di Berlusconi: indicatore interessante, ma certo non sufficiente per far pensare a una fuga degli investitori dall’Italia. Poteva essere più preoccupante il termometro dello spread, che segna quanti soldi in più bisognerebbe pagare sugli interessi del debito pubblico in caso di crollo della fiducia dei mercati nella capacità del futuro governo di assolvere ai suoi impegni. Ma il famigerato spread è rimasto alla finestra. Quanto alle istituzioni e ai principali governi europei, le reazioni sono state molto caute, diplomatiche, all’insegna del rispetto della democrazia italiana e della fiducia nella capacità di Mattarella di guidare la fase imprevedibile che si apre: unico riferimento esplicito, quello di Macron alla «brutalità del contesto» e alle sofferenze che l’Italia ha dovuto subire per la pressione migratoria.

Il basso profilo delle reazioni, sia affaristiche che politiche, si può leggere in vari modi. Può darsi che tutti, là fuori, si siano abituati alle turbolenze della politica italiana e che alla fin fine la sorte del nostro Paese non sia considerata così decisiva per il futuro dell’Europa, soprattutto all’indomani del voto della base Spd sull’accordo di grande coalizione in Germania, che rinsalda un asse franco-tedesco sul progetto della riforma del governo dell’Unione.

Ma può darsi anche che l’enormità del risultato – la vittoria delle forze antisistema che agitano tutta l’Unione, per la prima volta all’interno di uno dei Paesi fondatori e di una importante economia esportatrice del mercato comune – consigli cautela. O ancora che si resti in attesa del governo, nella speranza che l’ingovernabilità porti ancora una volta a una soluzione di continuità con il passato, come per inerzia. Infine – scenario più probabile – può darsi che lo spread sia stato tenuto buono solo grazie al solito “bazooka” antispeculativo di Draghi e che la Commissione e i governi-guida dell’Unione semplicemente non sappiano che pesci prendere. Ricordiamo che pende sull’Italia la possibile apertura di una procedura di infrazione per deficit eccessivo, legata all’ultima manovra Renzi e non alle molto più mirabolanti promesse di extradeficit contenute nei programmi dei vincitori.

Del resto, quella italiana non è la sola tempesta che scuote l’establishment europeo: arriva insieme al blocco delle trattative sulla Brexit, al braccio di ferro con il gruppo di Visegrad – i Paesi dell’Est, l’onda nera alla quale ci avviciniamo – alla guerra sui dazi con gli Stati Uniti. Servirebbe una mossa del cavallo, al vertice di un’Europa arroccata, corresponsabile di quel malessere sociale che è esploso nel voto italiano: per le sue assenze sull’immigrazione (che non ha gestito e ha delegato ai Paesi-approdo come il nostro) più ancora che per le sue politiche di austerity.

Allo stesso tempo, l’anti-establishment uscito dal voto di domenica, ammesso che riesca a esprimere una coalizione e un governo, ha anch’esso i suoi grattacapi. Che fare, se arriva la procedura di infrazione sul deficit? Come gestire la parte di debito in mano agli investitori esteri, pari almeno a un terzo del totale? Sia Lega che M5S (i due “pilastri” di ogni futuro governo, chissà se insieme o in alternativa) hanno rinunciato alla richiesta esplicita di uscita dell’Italia dall’euro. E hanno in mente – soprattutto la Lega – un modello economico che punta a sostenere le nostre esportazioni, ad attrarre investimenti dall’estero (anche con regali fiscali) e a liberarsi dai vincoli dell’austerity. In altre parole, vogliono esportare senza importare, vendere senza comprare, spendere senza tassare, prendere i benefici del mercato comune senza le regole che questo si è dato. Che saranno sbagliate e controproducenti, ma che non si demoliscono a colpi di slogan, in piazza o sul web.

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