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Renzi. Ascesa e declino del Rottamatore. È fallito il suo progetto politico

Renzi. Ascesa e declino del Rottamatore. È fallito il suo progetto politico

L'opinione

Ha ballato non una sola estate, ma quattro. Dimezzando i consensi che un entusiasta popolo di sinistra gli aveva tributato al suo esordio sulla scena, e pagando un prezzo che va molto oltre i suoi stessi demeriti. Annunciando ieri le sue dimissioni, Matteo Renzi non ha solo concluso la pirotecnica parabola politica cominciata con le primarie del 2013, ma segnato la fine del Pd nato al Lingotto dieci anni fa, partecipato da sconfitto all’esito di un’intera stagione, l’ambigua Seconda Repubblica. Adesso si ricomincia, forse dal 1994, chissà. Già, ma come è stato possibile?

Quando sul finire del 2013 a Renzi riesce l’opa sul Pd, il partito non ha ancora digerito lo choc della “non vittoria” di Bersani alle politiche né il devastante incontro in streaming con Beppe Grillo. L’umiliazione fa riemergere, dilatandoli all’estremo, i mali della “fusione a freddo” architettata da Veltroni. Renzi si convince che l’unica strada possibile sia uno choc, una svolta, dar vita a un Pd nuovo che accompagni il Paese su una strada di riforme che ha già in mente. Rafforzare il partito, recuperare i consensi persi da Bersani gli interessa poco, punta ad aggirare l’ostacolo modernizzando il Paese convinto che questa novità porterà frutti. E pensa che per farlo deve anche conquistare la guida del governo.

Nello spazio di pochi mesi cambia tutto, modi, tempi, contenuti, linguaggio, progetto. Una travolgente ventata di novità. Si corre, si cambia squadra, si lanciano tweet, a cominciare da quello con il quale liquida un incredulo Enrico Letta per insediarsi a Palazzo Chigi a meno di quarant’anni, un record. L’irridente #staisereno segna quest’avvio di stagione. E diventa il simbolo di una spregiudicatezza che a molti fa storcere il naso. E però le europee del 2014 sono un trionfo, l’uomo nuovo tocca la vetta sublime del 40,8 per cento, piace, colpisce la voglia di “rottamazione”, concetto urticante ma efficace, e tutti sorridono beati quando liquida le ambizioni di Massimo D’Alema negandogli l’agognata poltrona europea che poi toccherà alla quasi sconosciuta Mogherini.

È forte, ha il vento in poppa, il successo arriva nonostante abbia annunciato il “patto del Nazareno”, insomma dopo aver chiesto a Berlusconi – di fatto resuscitandolo – i voti per cambiare la legge elettorale e cancellare il bicameralismo. Tutto sembra girare nel verso giusto. Forse nasce lì quella sorta di ossessione referendaria su se stesso che lo accompagnerà come un incubo maligno fino all’appuntamento nero del 4 dicembre, e anche oltre.

Pensano i più che la débâcle renziana coincida proprio con la batosta del referendum, ma in realtà tutto comincia quando si scopre che quattro banche rischiano il default, sono piccole e locali, ma una è l’Etruria intorno alla quale si agitano la famiglia Boschi, piccoli affaristi, vecchi massoni. In quanto a numeri e conti, non è una vicenda da far tremare i polsi, eppure diventa la tempesta perfetta, perché in essa affiorano degenerazioni da vecchia casta: conflitti di interessi, intrecci tra affari e politica, familismo finanziario. Incombe anche il macigno del Mps, che rimanda a una sinistra che non c’è più, ma ricade sulle spalle del governo Renzi che in effetti all’inizio minimizza, pasticcia, ritarda. La fama dell’innovatore prende lentamente a sgretolarsi. Alla luce di questo brutto inguacchio, il patto del Nazareno si trasforma agli occhi dei più nel simbolo del nuovo inciucio.

Tutto questo peserà sul referendum di dicembre. E poi la spiegazione che Renzi dà delle riforme non sfonda, il suo elettorato non ne comprende la portata, quasi si convince che tutta questa fatica serva solo a dare più potere al governo e al suo leader e paradossalmente, dopo aver invocato per anni efficienza e decisionismo, lo accusa proprio di questo e lo punisce. Da allora gli errori si assommano: si dimette da premier, ma si tiene il partito; lascia che si consumi la scissione; umilia i vecchi big; promuove Gentiloni, ma se può marca le distanze. Più tardi conduce la campagna elettorale in prima persona (un altro referendum!); battaglia sul controllo delle liste; non riesce a raccontare al suo popolo le tante cose buone fatte dai governi Pd (il jobs act; le unioni civili; le banche alla fine salvate con pochi danni; l’alt agli sbarchi) e finisce per portare con sé verso la disfatta anche volti nuovi come Minniti e Gentiloni.

La vera sconfitta del Pd di Renzi, però, è drammaticamente politica, è nello stesso progetto elaborato per dare al partito un volto nuovo: cancellare l’antica eredità di una sinistra polverosa e attingere ai voti del bacino moderato allora presidiato da Berlusconi & C. Così non è andata, anzi l’esito è addirittura rovesciato con tanti consensi del Pd passati nel carniere dei Cinque Stelle. E proprio nelle ex regioni rosse.

Il resto è figlio di quella fallita intuizione: il mezzogiorno lasciato nelle mani di pochi cacicchi; i quartieri e le periferie abbandonati ai leghisti nel nord, ai 5Stelle nel Sud; le paure e le proteste inascoltate che fanno risorgere fantasmi neofascisti buoni di fatto a sdoganare la xenofobia degli altri. Ora c’è chi dice che con il voto di marzo sia finito anche il Pd, via via ridotto dalle defezioni e costruito a immagine e somiglianza del leader. Caduto lui… Ricominciare sarà difficile, tenere unito ciò che resta del partito dinanzi alle prossime sfide – opposizione o alleanze di governo? – arduo. E per provarci sarà necessario chiudere la stagione Renzi. Dolorosamente. E subito.

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