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Dopo le elezioni. Per la sopravvivenza è questione di formule

C’era una volta il centrodestra. Il terremoto politico uscito dalle urne, con il sorpasso leghista su Forza Italia, manda in rotta di collisione Berlusconi e Salvini. L’ex-Cavaliere disarcionato punta a un governo di coalizione guidato da un forzista o, comunque, da un leghista non salviniano e poco convinto della linea lepenista del Matteo di turno: Maroni, magari. Un’operazione che consentirebbe a Berlusconi di mantenere un certo controllo sullo schieramento verdeazzurro e di tutelare i suoi vasti interessi aziendali, assai sensibili a quanto avviene nel campo della politica.

Un’ipotesi, quella del Patriarca che si rifiuta ostinatamente di assecondare i tempi, lunghissimi, del suo inevitabile autunno, che viene perseguita anche attraverso lo scouting. Contando di reclutare non solo tra il manipolo di parlamentari eletti ma già espulsi dal M5S per le vicende di Rimborsopoli o per difetti di requisiti, ma anche nelle fila di quelli che, ancora stupiti dalla direzione presa dalla ruota dalla fortuna che li ha catapultati in un universo di privilegi tanto vituperati quanto calamitanti, potrebbero non essere disponibili a tornare a casa, a breve, in nome della purezza ideologica del Movimento e dei suoi primari obiettivi politici. Come liquidare quel che resta del Pd in nuove elezioni in autunno.

L’operazione “adotta un grillino” varata a Arcore ha questo preciso intento: stoppare Salvini. Evitare che si possa formare un governo di scopo tra Lega e M5S, che abbia come principale obiettivo il varo di una nuova legge elettorale, con premio di maggioranza. Una legge che consenta al vincitore di avere i numeri per affrontare una nuova legislatura che si profila, comunque, turbolenta. Sul piano interno e internazionale.

L’interesse di Salvini, in questo convergente con quello di Di Maio, è evidente. Polarizzare il paese. Trasformarlo in un’arena dalla quale nasca un nuovo bipolarismo gialloverde. Un parto che, per riuscire, ha come logico corollario la scomparsa, a sinistra del Pd, a destra di Forza Italia. Consapevole che il tempo in politica è fattore decisivo, Salvini è tentato di portare il colpo subito, tornando al voto tra pochi mesi.

Il calcolo è chiaro. Il leader leghista è convinto che in una competizione a due che metta fuori gioco forzisti e democratici, può fare il pieno di voti a destra. Unendo quel che, a livello territoriale, particolarmente fuori dalle grandi aree urbane, è già unito. Quell’elettorato forzaleghista accomunato dall’avversione alla sinistra, al mercato regolamentato, all’Europa, a politiche solidaristiche sul versante dell’immigrazione, alla redistribuzione territoriale, alla tassazione progressiva.

Un elettorato che, al di là degli ondivaghi rapporti tra Berlusconi e i leader leghisti di turno, si è sempre dimostrato compatto ogni qualvolta, in elezioni amministrative o in elezioni politiche regolate da leggi elettorali che prevedevano quote di maggioritario nei collegi, si è trattato di votare questo o quell’esponente dell’ex-centrodestra.

Una sfida mortale, per l’ex Cavaliere, la cannibalizzandone di Forza Italia da parte della Lega a trazione lepenista, che lo consegnerebbe al definitivo tramonto. Così, in queste ore disperate, Berlusconi è impegnato, nel tentativo di sbarrare la strada all’alleato rivale con ogni mezzo. Anche cercando appoggio nella Meloni, che da un Salvini capace di coprire con la sua capacità di manovra le posizioni sovraniste e quelle ostili all’immigrazione, rischia di essere ridotta alla marginalità.

La partita per il governo, dunque, non è solo una questione di formule, ma ha come posta, a destra e a sinistra, la ridefinizione dell’assetto del sistema politico italiano nei prossimi anni. Per questo è così intricata e dura. Per questo ogni errore dei protagonisti rischia di essere fatale per il proprio partito.

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