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Così spadroneggiano Erdogan, Assan e lo zar

L'opinione

In Siria è esodo di massa, mentre sui fronti più caldi l'offensiva degli eserciti di Erdogan e Assad sovrasta i nemici. Nel nord del Paese l'ago della bilancia negli scontri sono i corazzati turchi lanciati contro le difese curde. Nella parte centrale, invece, l'avanzata congiunta russo-siriana ai danni dei ribelli è irrefrenabile. Lo dimostra la battaglia di Ghouta, che ha sancito il trionfo del regime di Damasco su gran parte della zona orientale. Le truppe governative hanno messo in atto una strategia di divisione e accerchiamento delle sacche dei rivoltosi, intrappolati in una lenta morsa letale. Conquistata Ghouta, la marcia del presidente Bashar al-Assad verso le sponde dell'Eufrate è praticamente libera, nel fazzoletto di territorio che si affaccia sull'Iraq restano avamposti dei fedelissimi del Califfato, destinati presto a capitolare, e le milizie dell'Esercito democratico, "protette" dal Pentagono.

La guerra siriana che solo tre anni fa sembrava definitivamente compromessa, con il destino del regime segnato, ha preso una piega diversa. Il coinvolgimento diretto delle truppe russe, gli aiuti e il sostegno sia iraniano che del potente alleato Hezbollah hanno consentito ad Assad di riconquistare spazio nevralgico. Il fronte internazionale anti-Isis, la determinata resistenza curda, la debole pressione internazionale hanno fatto il resto e oggi la poltrona di Assad è al sicuro. Con il dittatore deciso a restare nella mappa della futura Siria, dove anche la Turchia si ritaglia terra.

Erdogan è entrato in suolo straniero, alleandosi con le bande qaediste finanziate dai petroldollari del Golfo, per sconfiggere i curdi nel nome della guerra globale al terrorismo, dopo aver mercanteggiato con l'Isis. Ha catturato la roccaforte curda di Afrin, scatenando dubbi nella comunità internazionale. In risposta Assad potrebbe convincersi a reagire stringendo un patto con la minoranza curda. Senza, tuttavia, privarsi di mantenere aperto un canale di dialogo, mediato dal regista Putin, con Erdogan in caso di escalation. Occupata Afrin, issate le bandiere rosse con la mezzaluna, Erdogan deve ora sciogliere il nodo se annettere il territorio mantenendo un'occupazione militare o fare un passo indietro. Evitando che l'invasione della Siria si trasformi in un Vietnam. In ogni caso l'enclave curda è destinata a cambiare radicalmente assetto demografico, con il probabile arrivo di migliaia di profughi sunniti dalla Turchia, al posto della popolazione locale sfollata nei bombardamenti. L'intento del Sultano è mettere in sicurezza i confini "spopolando" la presenza curda. La promessa, ad un anno dalle elezioni, è la sfida a Kobane, città simbolo dell'eroica resistenza dell'indipendentismo del popolo curdo. Per procedere spedito nella campagna militare e di pulizia etnica Erdogan, come già accaduto in passato, ha la necessità di ricevere il disco verde dalla famiglia Assad.

Intanto, gli Usa sono talmente intenzionati al disimpegno dalla Siria che potrebbero accettare qualsiasi rapida soluzione. La Russia è invece interessata agli investimenti per la ricostruzione postbellica e pensa agli affari di Gazprom. Ambigua Teheran che appoggia il regime di Assad ma costruisce da mesi un percorso condiviso, sia militare che economico, con il Sultano di Istanbul. Gli stati del Golfo finanziano le milizie sunnite, incluse le frange jihadiste, che nella lotta di Afrin erano al fianco dei soldati di Ankara. Proprio sulla questione curda nella Nato si allarga una spaccatura, le distanze tra il blocco europeo e la Turchia sono materia diplomatica, delicata. La Nato può fare a meno, a caro prezzo, dei porti sul Bosforo, delle basi di volo in Anatolia e dei soldati turchi in missione internazionale, ma non può lasciare che tutto ciò finisca sotto l'influenza russa. Riportandoci agli anni del bilanciato bipolarismo mondiale della Guerra Fredda. Se non bastasse, a dipingere un quadro già cupo, altri echi di guerra risuonano nella regione, in Libano e Israele.

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