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FB non cadrà per questo ma ci saranno più regole

L'opinione

È illusorio temere o sperare che adesso Facebook faccia la fine di MySpace, l’antesignano dei social network comprato da Rupert Murdoch nel 2005 per 580 milioni di dollari e poi rapidamente soppiantato dal social network fondato da Mark Zuckerberg. Facebook non ha i piedi d’argilla, è un colosso ben sostenuto da una capitalizzazione al Nasdaq di poco meno di 500 miliardi di dollari. Ad affondarla non saranno i j’accuse per le vicende del 2016 collegate all’utilizzo illegittimo dei dati personali di alcune centinaia di migliaia di utenti che consentì a Cambridge Analytica la profilazione in tempo reale di almeno 50 milioni di americani, poi target di aggressivi messaggi a favore del candidato presidente Trump. Il danno reputazionale conseguente al leak rivelato da New York Times e Guardian produrrà lesioni gravi a livello finanziario, ma non saranno mortali.

La resilienza degli utenti Fb è peraltro comprensibile: un paio di miliardi di donne e uomini faticherebbe a tirare l’ora del letto senza le dosi pluriquotidiane di chiacchiere, like, gattini, video virali, auguri da gente sconosciuta, insulti, corteggiamenti, rapporti riallacciati con fidanzati dimenticati, applicazioni invasive, messaggi personali, news, appuntamenti in banda per l’happy hour, iscrizioni e disiscrizioni a gruppi esoterici. Troppo ben di Dio al quale rinunciare in cambio della difesa della propria privacy. Io stesso, che su Facebook mi limito a pubblicare in automatico le segnalazioni editoriali che propongo su Twitter, non riesco a decidermi a cancellare l’account Fb. Perché di Facebook apprezzo sommamente la comodità di consentirmi, usando username e password, le autenticazioni ai più svariati servizi richieste dai media, dalle aziende di giochi, perfino dalle banche. Facebook garantisce sulla mia identità e l’accesso è possibile nel giro di secondi: cancellando il mio account, mi dovrei attrezzare a sorbire più lunghi e noiosi iter.

Il caso Cambridge Analytica ha anche implicazioni più generali che ci coinvolgono. Per quanto riguarda l’Italia e l’Europa, il nodo da sciogliere è la mancata applicazione da parte di Facebook di adeguate misure di sicurezza emersa dalla vicenda CA. C’è da chiedersi se a ribaltare la situazione basterà l’applicazione, prevista per il 25 maggio, della General Data Protection Regulation, il complesso di norme messe a punto dall’Unione Europea al fine di garantire un quadro entro il quale i dati degli utenti siano immagazzinati e trattati nel rispetto della volontà delle parti coinvolte. Il Gdpr ridefinisce come proporre le informative e raccogliere i consensi, limita il trattamento automatizzato dei dati personali, stabilisce nuovi criteri sul loro trasferimento fuori dell’Unione e, soprattutto, colpisce duramente le violazioni. Per la prima volta, queste norme sono valide anche per chi ha sede extracomunitaria, come Facebook, Google, Twitter, Amazon, Apple, ossia i cosiddetti Over The Top.

Quello dei dati non è l’unico fronte su cui sono schierati Facebook e gli altri operatori digitali globali, che da mesi con l’apporto di stuoli di fiscalisti studiano le contromisure a quanto approvato dalla Commissione Europea. Come ha detto il commissario Pierre Moscovici, «ad oggi i paesi membri non possono tassare correttamente le imprese digitali con sedi fuori dai confini dell’Unione. È un buco nero al quale poniamo rimedio con le proposte di una nuova norma giuridica e di una tassa provvisoria». Ci interessa la prima, soprattutto, in quanto stabilisce che, dalla tassazione nel paese comunitario che agli Over the Top fa le condizioni migliori (Irlanda, Lussemburgo, Malta, Cipro), si passa a quella sulla base dei profitti generati in ogni paese. Non sarà una passeggiata ottenere che queste regole vengano implementate, perché alcuni governi comunitari si sono già dichiarati contrari. Ma presto l’Europa di Facebook e Google non sarà più il Far West dove i dati si rubano impunemente e le tasse sono un optional.

©RIPRODUZIONE RISERVATA



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