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Verso il governo. Il sottile fascino dell'appoggio esterno

L'opinione

A forza di ripetere che devono governare i vincitori delle elezioni del 4 marzo, il Partito Democratico riuscirà nell’intento di sospingere Di Maio e Salvini a stringere un accordo di governo fra loro. Evidentemente il reggente Maurizio Martina e l’ex segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi, sperano che quell’alleanza non si faccia o vada assai presto in frantumi per poi rientrare in gioco. Non si sa con quali prospettive politiche peraltro.

Si è parlato infatti di una possibile riedizione del Patto del Nazareno fra Renzi e Berlusconi, ma la campagna durissima di rifiuto del Cavaliere da parte di Di Maio e la sentenza di Palermo con la pesante rinnovata condanna per Maurizio Dell’Utri mi pare che seppelliscano quel nuovo Patto per sempre. Se un risultato la ostinata, mai incrinata offensiva del leader dei 5 Stelle ha ottenuto, è certamente l’isolamento di Berlusconi e, dopo la sentenza di Palermo, la sua probabile sepoltura politica. Se oggi in Molise andrà molto male per Forza Italia, sarà la fine. Chiunque si alleasse con lui, sarebbe in partenza screditato. E Salvini lo sa bene.

Non so se lo sappia Matteo Renzi il quale, fra un volo negli Emirati e un ritorno a Rignano sull’Arno, tace e però condiziona fortemente il Pd vincolandolo alla linea del «governi chi ha vinto, noi staremo all’opposizione». In realtà siamo in un regime prevalentemente proporzionale e non maggioritario. Quindi non ha vinto nessuno. I 5 Stelle sono la prima forza politica e il Pd la seconda, visto che il centrodestra non costituisce una realtà politica unitaria e operante. Può la seconda forza politica del Paese, la sola a essere, sia pure con parecchie difficoltà originarie, un partito, limitarsi a rimanere ferma, anzi immobile all’opposizione?

Di Maio ha affermato ieri che «con la Lega si può fare un buon lavoro». Di che tipo? Ci sono solide basi di intesa programmatica fra le due forze, una prevalentemente sudista e l’altra invece nordista? Se i programmi non sono ancora carta straccia, vi sono alcuni punti sui quali 5 Stelle e Lega risultano addirittura l’una all’opposto dell’altra. Prendiamo la Cultura in generale: nel programma dei 5 Stelle sta scritto che il Movimento vuole rafforzare la tutela dei Beni culturali e quindi ridare energie e mezzi alle Soprintendenze (archeologia, belle arti e paesaggio). Al contrario Matteo Salvini ha dichiarato che le affosserebbe molto volentieri perché intralciano di continuo nuovi progetti edilizi e infrastrutturali. Per le aree protette, quindi per i Parchi Nazionali in primo luogo, lo stesso Grillo nel suo blog ne ha sostenuto la necessità di una difesa senza se e senza ma. Mentre la Lega è da sempre per farne “spezzatino” come è già avvenuto, sciaguratamente, per il Parco Nazionale dello Stelvio diviso fra Province Autonome di Trento e Bolzano e Regione Lombardia. Inoltre i leghisti sono da sempre amici e sponsor dei cacciatori e quindi della riapertura della caccia pure a specie protette, ai margini dei Parchi o anche dentro magari. Questa è una fetta importante della politica ambientale per il cui potenziamento molti giovani, delusi dal Pd, hanno votato 5 Stelle. Si può gettare al vento un vasto elettorato giovanile così, in quattro e quattr’otto?

Ma torniamo al Pd. Forse rileggere un po’ di storia – nonostante il pessimismo di Hegel per il quale la storia “non ha mai insegnato niente a nessuno” – sarebbe utile. Il Psi sperimentò, prima di entrare con la Dc in un governo organico, la formula dell’appoggio esterno nel 1962, col governo Fanfani. Governo che risultò di gran lunga il più riformatore di tutti: nazionalizzazione in tredici mesi degli elettrici privati (potentissimi), scuola media unica (una rivoluzione), istituzione della scuola dell’obbligo fino ai 14 anni, aumento del 30 % per le pensioni... In poco più di un anno. Che dire? Niente. Solo che ci vogliono programmi seri, pochi punti qualificanti. Non chiacchiere da bar.

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