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Il calvario di Aru, arriva a 20 minuti

Il campione italiano medita anche il ritiro sul Passo San Antonio. "Gramnde delusione figlia della mia voglia di fare bene"

SAPPADA. Prime rampe del passo San Antonio, finisce lì in pratica il Giro di Fabio Aru. Dopo (l’ennesima) scoppola sullo Zoncolan, il sardo ha vissuto l’ennesima giornata difficile. Tolto un attacco lampo sul Passo Mauria a inizio tappa (uno scattino poco convinto), la tappa del 27enne della Uae Emirates è stata un calvario: è arrivato 19’31” dopo Yates. Un incubo.

Difficoltà sul Passo Tre Croci e il successivo San Antonio trasformatosi in un incubo. Nei primi chilometri della salita Aru ha detto basta. Piede a terra. Stop. Un attimo e lo ha raggiunto il compagno Diego Ulissi. Lo ha abbracciato e spronato ad andare avanti. Poi è arrivato Mori. Il sardo ha proseguito a nemmeno 10 all’ora. Perché il sardo ha “bucato” così clamorosamente l’appuntamento dell’anno? Troppi ritiri in altura e poche corse? Troppi cambi nello staff (oltre alla squadra il preparatore e addirittura il massaggiatore)? “Vedremo alla fine del Giro di capire cos’è successo se il Giro finirà male per me”, aveva detto nel giorno di riposo. Giuseppe Saronni, il capo della squadra ha una chiave di lettura:

«Fabio è un generoso – spiega – credo che questo insuccesso sia dovuto molto alla sua generosità e alla voglia di ben figurare». Che spesso diventa pressione. Lo dice anche lui: «La mia delusione è figlia della mia voglia di fare bene». È un patrimonio del nostro ciclismo, non va dimenticato, ma vederlo così fa male.

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