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Pd, prove tecniche di opposizione ma serve un altro passo

Eppur si muove. Con incomprensibile ritardo, e non senza convulsioni, ma si muove. Il Pd farà congresso e primarie prima delle elezioni europee. Viene così vanificata la suicida ipotesi, balenata tra i renziani, di tenere l'assise dopo quella scadenza. Come se un partito che perde milioni di voti, vede trionfare i movimenti populisti e una destra radicale di massa mai prima comparsa nella storia repubblicana, e assiste al sorgere di un'alleanza continentale sovranista che vuole affondare la Ue, possa solo pensare a un simile rinvio.

Avviando il percorso congressuale, almeno, i dem possono provare a rimettere in campo un'opposizione, a darsi un nuovo leader e, soprattutto, definire la propria, sin qui esangue, cultura e identità politica. Magari cercando di costruire anche un modello di partito che porti al superamento di quel "partito leggero", tanto assente dal territorio quanto funzionale all'esercizio di una leadership in solitaria.

Martina, dunque, è segretario. Non più provvisorio ma, certo, a tempo. Anche se, a testimonianza del peso politico di chi lo ha preceduto e della difficoltà di superare in maniera non indolore il recente passato, l'Assemblea è stata dominata, ancora una volta, dall'ingombrante presenza di Renzi. Lungi dal ritirarsi dalla scena, per calcare palcoscenici televisivi o più lontane sedi europee, il "Senatore di Scandicci" ha, nella sostanza, riversato sugli oppositori interni e, non troppo velatamente anche su Gentiloni e i suoi ministri, la responsabilità dell'impressionante sequela di errori e lo stillicidio di catastrofi elettorali che il Pd ha messo in fila mentre lui era al Nazareno o a Palazzo Chigi.

Un discorso, quello di Renzi che galvanizza i suoi pronosticando agli oppositori una nuova sconfitta al congresso, che fa comprendere, se mai ce ne fosse stato bisogno, i limiti della sua leadership. Nessuna seria analisi, nei "dieci punti" enunciati come ragione della sconfitta, del tracollo elettorale e della rottura del sentimento che univa il Pd al suo popolo. Nessuna vera riflessione sull'effetto sortito, nel posizionamento sociale del partito, dalle politiche dei governi a guida dem. Anzi, nelle parole di Renzi, è prevalsa l'enfasi sulle colpe altrui: sul peso delle divisioni interne, sulla ridotta rottamazione, sul cedimento alla "cultura della Cgil".

Oltre che la piena rivendicazione del no al M5S che ha spalancato le porte al populismo di governo. Insomma, come ha commentato Zingaretti che, con l'appoggio di alcuni leader critici dell'ex-maggioranza renziana e della minoranza di sinistra, corre per la leadership, il discorso di Renzi è stata l'ennesima dimostrazione che il Matteo fiorentino non sa né ascoltare, né leggere i segnali che vengono dal paese. Uno sguardo sul mondo che, se non superato, rischia di non rendere solo uno slogan le parole del Matteo milanese sul "governo dei trent'anni".

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