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"Non siamo così". A Mantova
le donne scendono in piazza

Contro il modello festini-carriera, anche le donne mantovane scendono oggi alle 15,30 in piazza. "Ora basta _ dicono _ noi non siamo così". Aderisci all'appello "Se non ora, quando?"
LO SLOGAN E' NATO A MANTOVA

di Maria Antonietta Filippini
MANTOVA.
Sciarpe bianche a lutto per la donna offesa, per l'immagine offerta ai giovani come modello. Così si presenteranno in piazza Mantegna, alle 15.30, le donne del Comitato «Se non ora quando?».

L'immagine negativa, ovviamente, è quella della ragazza che si illude di far carriera con i festini di Arcore, salvo poi lamentarsi con mamma e amiche, disgustata, stanca e delusa. Ecco dunque uno scatto di orgoglio delle donne che a questo punto dicono «basta» e si interrogano sul perché negli ultimi anni non siano riuscite a farsi sentire.

Le promotrici del Comitato mantovano «Se non ora quando?» ne parlano fra loro. Ci sono donne di Cgil, Arci, Pd, Rsu della Corneliani, donne per la pace, ex insegnanti, donne degli anni '70 insieme a venti-trentenni. Convinte che questo è un discorso di civiltà, che interessa tutti, al di là delle appartenze politiche. Parlano per spiegare e intanto ragionano fra loro. E' come un pentolone che sobbolle da anni e finalmente travasa e butta via il coperchio.

A confrontarsi ci sono Laura Bonaffini, Antonella Castagna, Claudia Pancera, Ornella Borsari, Catia Lucchini, Maurizia Pescasio, Carla Chiusi, Gabriella Zucchelli, Veronica Giatti, Dora Renotti, Valeria Dalcore.

«A motivarci - spiegano - non è un giudizio morale su altre donne, ma il desiderio di prendere la parola per dire basta alla ripetuta, indecente, ostentata rappresentazione delle donne come nudo oggetto di scambio sessuale offerta da giornali, televisioni, pubblicità. E per chiedere agli uomini, soprattutto i più giovani, di venire in piazza con noi per rifiutare il modello sessista, violento e mercificato delle relazioni tra uomini e donne, per rompere la complicità maschile».

Non è colpa dei giornali, spiegano, anche se rifiutano i particolari scabrosi. A far male è che non si proponga a modello la donna che studia, si impegna, raggiunge l'eccellenza con il proprio talento e sacrificio. Lo ha fatto una volta il presidente Napolitano invitando al Quirinale scienziate, attrici, cantanti, campionesse dello sport, imprenditrici, astronaute, ingegnere, medici, scrittrici. Poi basta. Intanto arrivano in Parlamento, al consiglio regionale, al governo donne scelte per la bellezza e per aver accettato una gavetta molto particolare.

«Ormai le senti dire - sbotta una delle più giovani all'incontro di via Tezze - che hanno già fatto tanta gavetta, pagata 10mila euro per qualche serata, e dunque meritano un posto in politica. Io quei soldi non li vedo nemmeno in mesi e mesi di lavoro». E fanno male le battute colte al bar, una malcelata invidia per i potenti di turno che possono permettersi le veline a domicilio. «Abbiamo sentito persino padri che dicono: magari mia figlia fosse invitata dal presidente, però poi la deve mandare avanti. Ormai sta passando persino l'idea che è colpa delle ragazze arriviste, come se gli uomini che le usano fossero delle vittime».

Dunque andare in piazza, per queste donne che vogliono reagire, significa «andarci con le nostre facce, le facce di chi vive con la volontà di insegnare ai propri figli che sono l'impegno e le competenze maturate con l'esperienza e lo studio a portare al giusto riconoscimento. Le facce delle giovani e dei giovani che hanno il diritto a una vita fatta di scelte consapevoli e che vogliono dare valore alla loro dignità, alla loro intelligenza, al loro sentire».

Man mano che parlano, esce la rabbia o l'amarezza per frasi ingoiate negli ultimi anni. «Ti ricordi quando Berlusconi a una precaria disse: non preoccuparti, hai un bel visino, vedrai che trovi un uomo che ti mantiene». Un'altra rammenta la protesta quando il premier offese Rosy Bindi, «brutta». Forse, ammette un'altra, «avremmo dovuto farci sentire a Mantova anche quando Berlusconi fece il galante con Emma Marcegaglia dandole della velina, proprio alla prima italiana presidente della Confindustria. «Veronica Lario lo scrisse anni fa chiaro e tondo: mio marito è malato, deve curarsi, i suoi amici lo aiutino».

La chiacchierata fra donne prosegue con i ricordi degli anni Settanta, delle conquiste oggi messe in discussione a cominciare dalla legge 194 sull'aborto. «Guarda la legge 40 sulla procreazione assistita, sembra fatta apposta per impedire la maternità e meno male che un po' l'ha modificata la Consulta. Vanno al Family day e poi ai festini. In Italia non si fa niente per la famiglia, quella di chi si alza presto e deve conciliare lavoro, figli, anziani? In Francia ci hanno pensato, in Italia mancano persino gli asili nido».

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