Quotidiani locali

Marcegaglia sfida la Cina in casa

Il 19 aprile l'inaugurazione dello stabilimento dei record a Yangzhou

 È in partenza con destinazione Brasile, da dove si imbarcherá per gli Stati Uniti, per poi spiccare il volo a est, nel lembo più orientale della Cina. Il 19 aprile a Yangzhou lo attende l'inaugurazione di uno stabilimento largo 160mila metri quadrati. Per ora. Intanto Antonio Marcegaglia, amministratore delegato con la sorella Emma dell'omonimo gruppo dell'acciaio fondato e presieduto dal padre Steno, parla di sicurezza e salari. Qui in Italia.  La Fiom vi attacca sul fronte della sicurezza, denunciando «una situazione agghiacciante» nello stabilimento di Gazoldo. Dove la frequenza degli infortuni supererebbe di quattro volte la media nazionale. Come risponde?  «Che si tratta di un attacco strumentale, mosso da chi non conosce la realtá Marcegaglia. Il confronto suggerito è profondamente sbagliato, credo che la media a cui si fa riferimento abbracci commercio, servizi e tutto quanto. I dati dell'Inail dimostrano il contrario: da anni, la frequenza degli infortuni è inferiore del 15-20% all'indice medio del nostro settore. Che è quello metallurgico. Non solo, l'indice di gravitá di questi infortuni è del 35% inferiore alla media».  Nessun problema di sicurezza, quindi?  «Attenzione, l'imprenditore non deve accontentarsi mai, men che meno quando si parla di sicurezza. L'obiettivo è infortuni zero. Per questo abbiamo intensificato investimenti e formazione, confrontandoci in modo trasparente e sistematico con le rsu di tutti gli stabilimenti e con la partecipazione dell'Asl. Insomma, mi dispiace che venga offerta un 'immagine falsata della Marcegaglia, quasi si volesse screditare un'azienda che continua a investire e assumere».  A proposito, la Fiom vi accusa anche di voler forzare la mano con "assunzioni low cost": stesso carico di lavoro, buste paga più leggere rispetto ai colleghi che godono dell'integrativo. Qual è la vostra versione?  «Oggi, in funzione dei contratti integrativi che sono scaduti, un nuovo assunto entra guadagnando dal 30 al 60% in più rispetto al contratto nazionale. Tenuto conto del mutato contesto competitivo, e senza toccare i diritti acquisiti, abbiamo proposto un percorso graduale. I nuovi assunti iniziano con uno stipendio che è comunque superiore rispetto al contratto nazionale, e che in sei anni e mezzo arriva a regime. Includendo la quattordicesima, l'indennitá di turno e il premio di produzione in maniera più graduale».  Tradotto in euro, quanto verrebbe in tasca a un nuovo assunto?  «Per il ciclo continuo arriverebbe a prendere 1.700 euro netti al mese, anziché 2.000. È una penalizzazione, ma limitata nel tempo e su livelli superiori alla media del contratto nazionale. La Fiom ha rigettato questo approccio per una questione di principio».  E voi cosa avete fatto?  «Stiamo confrontandoci con le rsu di ciascun stabilimento che, anche a norma del nostro contratto, sono pienamente titolate a negoziare gli aspetti normativi e salariali di competenza. Negli stabilimenti di Casalmaggiore, Corsico, Lomagna e San Giorgio di Nogaro abbiamo giá ottenuto il sì con maggioranze spesso bulgare. Siamo pronti a proporlo anche a Gazoldo».  Sul tappeto ci sono sempre 250 assunzioni?  «Gli investimenti li abbiamo giá fatti, non li usiamo come arma di ricatto, adesso abbiamo la necessitá di assumere. Altrimenti dovremo valutare l'eventualitá di esternalizzare alcune funzioni. Più passa il tempo, più il numero di assunzioni si riduce».  Il vostro gruppo ha chiuso il 2010 con un fatturato consolidato di 3 miliardi e 765mila euro, per il 2011 lei si è gia sbilanciato annunciando un aumento del 30%. È ancora fiducioso?  «Sì il fatturato atteso è di 4,7 miliardi di euro, come conseguenza dell'aumento del prezzo e anche del volume degli scambi, collegato all'avvio di nuovi investimenti sia in Italia sia all'estero».  Quanto è breve il passo dall'internazionalizzazione alla delocalizzazione?  «Maggiore internazionalizzazione non vuol dire delocalizzare le produzioni. Gli investimenti li facciamo sia all'estero sia in Italia, dove siamo ancora fortemente radicati: il 60% del budget d'investimento lanciato tre anni fa, circa un miliardo di euro, riguarda stabilimenti italiani. La crescita all'estero è aggiuntiva, serve a presidiare i mercati più promettenti del Sudamerica, con il Brasile, della Russia, della Polonia e della Cina».  Giusto in Cina, a Yangzhou, il 19 aprile inaugurerete uno stabilimento da record, largo 160mila metri quadrati. Perché spingersi verso Oriente in modo così robusto?  «Vero, è il più grande investimento italiano industriale degli ultimi 10 anni, 150 milioni soltanto in questo primo step. Lo stabilimento, che è disegnato per un ulteriore sviluppo, produrrá tubi di altissima qualitá. Non andiamo in Cina pensando al basso costo del lavoro, a fare prodotti poveri con impianti usati. Al contrario, ci andiamo con delle risorse qualificate per produrre la fascia più alta della nostra gamma e intercettare una domanda di qualitá che in Cina sta crescendo. È un mercato su cui pensiamo di esprimere un vantaggio competitivo rispetto ai produttori cinesi».  Quanti dipendenti e quale guadagno per il gruppo?  «Attualmente sono 150, ma pensiamo di arrivare a 500 entro la fine dell'anno. Una ventina è giá stata in Italia per la formazione mirata negli impianti più qualificati. A regime di questo primo step, lo stabilimento dovrebbe produrre 500 milioni di euro».

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