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A Monzambano un villaggio neolitico
risalente a seimila anni fa Foto

Una scoperta archeologica di grande rilievo è stata fatta a Monzambano da un agricoltore che stava arando i campi: un villaggio neolitico che gli studiosi datano seimila anni fa. La campagna di scavi, cominciata lunedì, ha già portato in superficie 13mila reperti in selce, terracotta e osso

di Francesco Romani

MONZAMBANO. Otto anni fa un agricoltore, arando in modo un po’ più profondo il suo campo, vide affiorare dai solchi resti di ceramiche e pezzi di pietre. Incuriosito, si rivolse ad un esperto archeologo locale che rimase sbalordito. Erano i resti di un antico villaggio neolitico che poco a poco sta ora emergendo dai primi sondaggi. Gli studiosi sono cauti, ma potrebbe trattarsi di una scoperta eccezionale.

A Monzambano c’è un abitato risalente ad almeno 6mila anni fa, nato nella seconda fase neolitica quando le diverse popolazioni preesistenti vennero sostituite quasi ovunque nell’Italia Settentrionale da una nuova cultura che spazzò via le ultime tracce rimaste legate al passate mesolitico. Si tratta della “Cultura dei vasi a bocca quadrata”, così chiamata per la forte omogeneità rappresentata dal modo di costruire il vasellame che si trova quasi identico dal Veneto alla Liguria. Ma nel Mantovano, sino ad oggi, si sapeva di ritrovamenti nell’area dell’Oglio (Casatico di Marcaria, Belforte di Gazzuolo, Rivarolo). Ben pochi reperti erano stati trovati nella zona a sud del Garda. Sembrava quasi che qui le popolazioni non vi avessero abitato per un millennio, tornando poi a popolare queste zone con i palafitticoli nell’età dei metalli.

Invece le tracce che emergono copiose, e che sono eccezionali per numero e qualità, raccontano di un insediamento dell’età neolitica medio-recente, probabilmente fra il quinto e la metà del quarto millennio prima di Cristo che le datazioni radiometriche potranno confermare. Il sito, la Tosina, è ben riconoscibile anche su una normale cartina geografica, o attraverso le mappe satellitari di Google. Ad ovest dell’abitato di Monzambano, a sud di strada Moscatello, basta una semplice zoomata per accorgersi, anche ad occhio nudo, dell’evidente anomalia di un’area quasi circolare, incastonata nella ripartizione ortogonale del territorio.

È una dei pregi straordinari di questo sito: avere conservato perfettamente in oltre 6mila anni il proprio confine, la cui presenza è perfettamente riconoscibile nel paesaggio attuale. Cristallizzando, come in una macchina del tempo, l’abitato del quinto e quarto millennio avanti Cristo in mezzo alla campagna.

Dopo la scoperta casuale, nel 2003, il proprietario del fondo, Marisa Arieti, segnala il ritrovamento all’Associazione culturale Amici di Castellaro Lagusello. A presiederla, c’è Emilio Crosato, laureato in Preistoria ed esperto proprio di archeologia antica ed ispettore onorario della Sovrintendenza. «Raccolti i materiali in superficie, fra i quali un’ascia in pietra verde, e verificato con alcuni studiosi, ci siamo resi conto che si trattava effettivamente di reperti neolitici – spiega Crosato –. Immediatamente ho fatto la segnalazione alla Sovrintendenza che nel 2006 autorizza le indagini preliminari». In quell’anno viene organizzata una prima raccolta di superficie, che frutta 11mila reperti, quindi si apre una piccola trincea esplorativa di 40 metri, operazione finanziate in proprio dall’Associazione Amici di Castellaro.

L’anno seguente, in ottobre, viene fatto un saggio di scavo di 100 metri quadri, alla quale contribuisce anche la Fondazione Bam. «Si arrivò allo strato archeologico avendo le conferme del ritrovamento – spiega Crosato – . Per questo ne l’anno seguente chiedo il vincolo archeologico dell’area che viene decretato nel marzo 2009 “vista l’eccezionale valenza dell’intero contesto e l’importanza dei reperti archeologici venuti in luce”». Fra i ritrovamenti , 13mila solo quest’anno, anche due eccezionali e misteriosi ciottoli incisi con cerchi concentrici e linee che portando verso il centro. «Forse una sorta di carta topografica ante litteram – spiega Crosato – visto che l’area circolare si sovrappone perfettamente alla forma dell’abitato, oppure l’indicazione, così come esempi trovati nel centro Europa, che segnala la presenza di un luogo di culto». Una sorta di Stonehenge sui colli, insomma, che pian piano emerge dalla terra.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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