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Profughi fra noia e rivolta. La rabbia dei residenti

I cittadini: nessuno ci ha avvisato dell’arrivo di 13 stranieri, chi li controlla? I ragazzi intanto giocano a calcio in mezzo alla strada e sognano di tornare a casa

di Vincenzo Corrado

SAN BIAGIO (Bagnolo San Vito)

A Pieve Emanuele, un piccolo comune a sud di Milano, ad inizio ottobre erano scesi in piazza perché non ce la facevano più a «mangiare, dormire e non fare nient’altro, da cinque mesi». Ora tredici profughi libici, tutti maschi tra i venti e i trent’anni, sono stati trasferiti a San Biagio, in una palazzina presa in affitto dalla Onlus milanese Sarepta, l’associazione che ha accettato la sfida di farli integrare nel nostro paese. I ragazzi scappati dalla guerra sono ospitati in una palazzina di San Biagio, dopo che per cinque mesi hanno alloggiato in un residence del Milanese.

Ma gli abitanti del quartiere di via Rodari non ci stanno, dicono che le loro case ora sono svalutate, «che se qualcuno aveva intenzione di costruire un campo profughi davanti a casa nostra doveva avvisarci prima».

Intanto i tredici ragazzi, spaesati e annoiati a morte, giocano a calcio in strada, in una zona che è un brulicare di case costruite e mai vendute. Quasi un non luogo: poche persone, da una parte l’autostrada e dall’altra la campagna. Cielo grigio e niente da fare. In attesa dei corsi di italiano promessi dalla Sarepta. Da cinque giorni i giovani aspettano che qualcuno dica loro cosa fare, oltre che mangiare e dormire. Non vogliono ripiombare nella situazione di Pieve Emanuele.

«Io vorrei tornare in Libia – dice Souleymane, 22 anni, senegalese con cui ci capiamo a fatica, tra italiano e inglese, con qualche cenno di francese –. Lì c’è mio fratello, che lavorava con me in un’azienda che produce cemento. Ora che Gheddafi non c’è più, ci sarà bisogno di ricostruire. La guerra è finita, servono tante case nuove, serve il nostro cemento».

La notizia della morte del dittatore, i ragazzi l’hanno appresa dalle piccole televisioni al plasma installate dei loro mini appartamenti. Tutto è pulito e ordinato nelle stanze. La colazione arriva alle 9 e mezza. Poi il pranzo poco prima dell’una. La cena alle otto. Tutto garantito dalla Sarepta, che si serve di un ristorante del Veronese. A sorvegliare i profughi c’è un ragazzo che ci dice: «Sono bravi, non danno fastidio a nessuno. Io lavoro da pochi giorni per la Serepta, mi hanno detto di controllarli e fino ad adesso non ci sono stati problemi, anche se i vicini si lamentano...».

E in effetti nel quartiere la protesta è vibrante: «Perché nessuno ci ha avvisato che dovevano arrivare i profughi? – si sfogano Federica Belletti, Nicola Ballone e Rosario Sasso, che abitano in una palazzina a pochi metri da quella in cui sono ospitati i giovani africani –. Il sindaco non ci ha detto niente, abbiamo saputo dell’arrivo dei profughi dal giornale. Chi sono queste persone – continuano i residenti –, cosa faranno qua dalla mattina alla sera? Noi di sera abbiamo paura, questi ragazzoni vagano per le vie del quartiere, i Carabinieri e la Polizia pattugliano la zona tutto il giorno. Il Comune ci avrebbe dovuto avvertire: non vogliamo un campo profughi nel nostro quartiere, anche se non abbiamo niente contro questi ragazzi».

«Entro la fine della settimana – spiega il sindaco di Bagnolo, Roberto Penna – sarò disponibile ad incontrare i cittadini e a spiegare loro per quanto tempo ospiteremo i profughi, è una promessa». I vertici della Onlus Sarepta, intanto, hanno illustrato a Bagnolo il progetto pensato per i libici, che tra qualche settimana saranno 35, e non più 13.

La speranza della onlus è che prima dell’arrivo degli altri ragazzi possano essere avviate una serie di attività ricreative che coinvolgano i giovani africani. Così da mettere fine alla noia dei profughi e all’arrabbiatura dei vicini di casa.

Poi, se tutto verrà risolto, bisognerà rispondere ad un’altra richiesta dei profughi libici. La maggior parte di loro, infatti, durante la protesta di Pieve Emanuele chiedeva a gran voce una possibilità di integrazione vera. Un posto di lavoro.


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