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Tratta dei clandestini, in 44 alla sbarra

Udienza preliminare per agricoltori, ristoratori e baristi. Tra le accuse anche l’associazione a delinquere

di Giancarlo Oliani

Udienza preliminare, mercoledì mattina per 44 persone, imputate di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Per qualcuna di loro la procura ha anche ipotizzato i reati di sfruttamento e associazione a delinquere. I nulla osta per ottenere l'ingresso in Italia erano veri, regolarmente rilasciati dalla Prefettura di Mantova ed ineccepibili dal punto di vista formale. Ma le richieste dei datori di lavoro erano tutte fasulle. Una volta entrati sul territorio nazionale, gli extracomunitari, quasi tutti indiani e pakistani, sparivano prima dell'ultima firma sul contratto di lavoro e diventavano dei clandestini. Clandestini però che per arrivare nel nostro Paese avevano dovuto sborsare dai seimila ai diecimila euro.

La maxi operazione, condotta della questura di Mantova nel febbraio di due anni fa, aveva portato all’arresto di 44 persone in tutta la provincia, momento finale di un’inchiesta della procura iniziata nel mese di giugno. Il blitz, scattato alle due di notte, aveva coinvolto 160 poliziotti, molti dei quali arrivati dalle questure di altre province. I provvedimenti restrittivi erano stati emessi nei confronti di 28 imprenditori mantovani (agricoltori, ristoratori e baristi), e 16 stranieri.

Dopo mesi di accurate indagini, la squadra Mobile diretta da Vittorio Rossi aveva alzato il velo su un vasto, e per certi versi ancora sconosciuto, mercato sotterraneo che aveva come obiettivo l'ottenimento dei nulla osta per il lavoro stagionale o subordinato. I nulla osta, falsamente richiesti da imprenditori locali, avevano consentito l'ingresso nel territorio nazionale di cittadini indiani e pakistani (2000 in quattro anni per un giro d'affari di 20 milioni di euro) i quali, una volta in Italia, rimanevano in stato di clandestinità.

Ogni nulla osta veniva pagato, come accennato, dai 6 ai 10 mila euro, soldi che venivano più o meno suddivisi in tre parti uguali tra gli imprenditori compiacenti, i referenti mantovani e i procacciatori di finta manodopera all'estero. A capo dell'organizzazione un indiano residente prima a Gazoldo degli Ippoliti e successivamente a Mantova, Singh Gurmet, 47 anni, detto "Baba". Girava con la scorta e si atteggiava a santone. Con lui anche Marco Livraghi, 31 anni, barista di Gazoldo degli Ippoliti (arrestati anche il padre e il fratello), Sergio Vallenari, 55 anni, imprenditore agricolo di Volta Mantovana, e un pakistano di 35 anni, Ajad Rauf. Erano loro, secondo gli investigatori, il motore di tutta l'organizzazione.

 Mercoledì gli avvocati hanno sollevato numerose eccezioni. L’udienza è stata pertanto rinviata al 20 gennaio.

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