Menu

Mantova, targhe sulle case
per ricordare gli ebrei deportati

Giornata della Memoria, la proposta di Maria Bacchi in via Principe Amedeo davanti alla lapide dove visse Luisa Levi. I suoi vicini di casa erano Ida ed Edgardo Bianchi, titolari della Lubiam

MANTOVA. Una targa di marmo chiaro nell’androne di casa per ricordare una bambina vicina di casa dei genitori, e «perpetuare il vincolo di antica familiarità e solidale vicinanza»: la bambina era Luisa Levi, morta a 15 anni nel febbraio 1945 a Bergen Belsen dopo la marcia della morte da Auschwitz, dove persero la vita anche la sorella e la mamma.

Il papà, che era stato commerciante di tessuti in città, era già stato ucciso ad Auschwitz. I vicini la descrissero poi ai figli come una bimba dolcissima e vivace, che frequentava il conservatorio e suonava la fisarmonica. Quei genitori erano Ida ed Edgardo Bianchi, i proprietari della Lubiam, e i loro figli Luigi, Maria Luisa e Giuliano ieri hanno scoperto la targa nella casa dove oggi sta Francesco, figlio di M.Luisa Bianchi e di Guido Benedini. Una storia di vicinato che ricorda quelle della guerra dei Balcani, quando serbi e musulmani di colpo scoprivano che non potevano più essere amici.

Quando la famiglia Levi fuggì a Milano per raggiungere la Svizzera, fu ‘venduta’ da un delatore mantovano per cinquemila lire ai fascisti. Lo hanno ricordato ieri Miriam Jarè, della comunità ebraica, M.Luisa Benedini, e le cognate Angiola Bassani (madre cattolica e padre ebreo) e Marzia Monelli, mogli di Luigi e di Giuliano. Leonello Levi, cugino di Luisa, che allora era un bambino, ieri ha raccontato che l’unico a salvarsi della famiglia che abitava in via Principe Amedeo 42 fu il fratello Franco, già sposato a Milano. Dopo la guerra, andò a vivere in Israele.

Là, vicino a Tel Aviv, Maria Bacchi raggiunse, prima di scrivere il libro ‘Cercando Luisa’, la figlia di Franco e ieri ha ricordato che nel giardino del palazzo di via Principe Amedeo, Levi potè recuperare la valigetta sepolta dal padre in fuga. C’era il ‘tesoro degli ebrei’: tante fotografie dei bambini di casa e la bambola di Luisa. Maria bacchi ha auspicato che su tutte le case dei deportati mantovani siano apposte targhe a ricordo.

Leonello Levi ieri è stato poi protagonista di un altro incontro per la Giornata della memoria che oggi ricorda il 27 gennaio 1945, quando i sovietici liberarono Auschwitz: la presentazione del suo “Ricordi di famiglia, i Levi di Mantova”, alla libreria Di Pellegrini (che lo ha edito) piena all’inverosimile. Un po’ per stima e curiosità di incontrare Levi, un po’ per l’affetto verso Fabio Norsa, il presidente della comunità ebraica, morto il 7 gennaio.

Il sindaco Nicola Sodano ha portato il saluto della città e si è pigiato con gli altri ad ascoltare Levi e Renzo dall’Ara ricordare quando erano bambini e nel 1940 al cinema videro il film “Süss l’ebreo”, senza sapere che era un film di propaganda antisemita. Alcuni ebrei mantovani erano fascisti della prima ora e si sentirono doppiamente traditi dalle leggi razziali del 1938, poi le case degli ebrei furono espropriate e affidate all’Egeli, Ente di gestione e liquidazione.

Ma se alcuni mantovani denunciarono gli ebrei e altri invece li salvarono, in una mostra ‘I Giusti dell’Islam’ inaugurata ieri al Palazzo del Plenipotenziario (piazza Sordello 43) si scopre che a salvare gli ebrei, tra i 24mila Giusti fra le Nazioni (500 italianim come Giorgio Perlasca) ci furono anche 70 musulmani. Il giornalista Giorgio Bernardelli li ha descritti: bosniaci, iraniani, turchi. Un albanese mischiò un’ebrea alle sue mogli e impedì ai nazisti di entrare nella stanza delle donne. Bellissimo il caso di Zejneba, donna di Sarajevo tuta velata di nero, che portò cibo e vestiti a un ebreo costretto spalare la neve. Il padre di Zejneba, per aver salvato tanti ebrei, morì in campo di cocnentramento pur essendomusulmano.

Tanti anni dopo, durante l’assedio di Sarajevo, la famiglia di quell’ebreo riuscì a far arrivare in Israele Zejneba e i suoi con un’inversione dei ruoli causata dalle follie della storia. Una mostra, inaugurata dall’assessora provinciale Elena Magri, che merita di essere vista e che ha riunito gli amici con cui Fabio Norsa condivise gli incontri interreligiosi per le scuole. Sarrar Hassan, di Gazzo Bigarello, della comunità islamica (come due donne, di Sustinente e Castel d’Ario) ha ringraziato: «Ci avete fatto conoscere storie bellissime». Orgogliosi gli studenti albanese e marocchino della web tv Interferenze del Vinci. Ibtissem Habbar, algerina, ha offerto bellissimi dolci alle mandorle fatti da lei.

I COMMENTI DEI LETTORI


Lascia un commento

TrovaRistorante

a Mantova Tutti i ristoranti »

Il mio libro

NARRATIVA, POESIA, FUMETTI, SAGGISTICA

Pubblica il tuo libro