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La mafia non fa odore se non quando incendia

Da Viadana a Ostiglia, «non è più tempo di sottovalutazioni»

Quest'anno i discorsi d'apertura dell'anno giudiziario sono legati tra loro da un filo rosso. La preoccupazione per la presenza radicata delle organizzazioni mafiose oltre la linea gotica. Non è più tempo di sottovalutazioni, di ridurre la questione a problema meridionale.

I padrini giunti al nord in soggiorno obbligato, sono rimasti perché non sono stati invogliati ad andarsene. Alla fine, in territori dove si pensava che la mafia non potesse attecchire, le cosche hanno messo radici. E l'hanno fatto perché capaci di tessere una fitta rete di relazioni sociali con il mondo locale. Nel tessuto economico e sociale lombardo, emiliano, piemontese e ligure, hanno riversato le loro ricchezze accumulate con attività illecite. Un passaggio realizzato tra l'80 e il '90. Oggi sono parte di quel sistema che non li ha espulsi. Ecco perché le mafie sono una "questione settentrionale", come ripete sempre Anna Canepa, magistrato della Direzione nazionale antimafia. È un fatto sociale e criminale che riguarda tutti, dal sud al nord.

Deve preoccupare che i boss utilizzano la corruzione per ammorbidire il senso civico del Settentrione. Dove non arriva la corruzione, perché incontra resistenza etiche, allora i mafiosi riprendono i loro metodi tradizionali: il piombo, le minacce, il fuoco.

Il fuoco appunto. In provincia di Mantova crescono gli incendi dolosi. Autocombustione? Invidia di imprenditori concorrenti? O pressioni mafiose? I magistrati li chiamano "reati spia". Incendi, furti nei cantieri e atti vandalici nei confronti di imprese e locali possono mappare la presenza mafiosa di un territorio. Così come possono radiografarla i beni confiscati su un territorio. Sono 5 i beni confiscati in provincia di Mantova. Più che nel Modenese, o che nel Reggiano. E, come ormai è accertato, i clan a Modena e Reggio Emilia sono radicati.

E poi c'è l'usura: "fenomeno che non è certamente nuovo nel territorio bresciano, ma che di recente, anche per effetto della generale crisi economica e finanziaria in atto, si è non solo acutizzato ed esteso, ma anche strutturalmente modificato, proponendosi come attività riconducibile non solo a soggetti singoli, bensì anche a gruppi, a loro volta inseriti in una vere e propria "rete" estesa, oltre che nella provincia di Brescia, anche nei territori di Bergamo, Mantova, Reggio Emilia". Lo scrivono i magistrati della Direziona nazionale antimafia nell'ultima relazione.

Usura ed economia legale vanno a braccetto, l'una permette di riversare capitali nella seconda. Per riciclare ci vogliono le imprese pulite.

Brescello, Gualtieri e Viadana sono legati da rapporti societari e legami di sangue. Franco e Michele Pugliese, rispettivamente padre e figlio, sono, secondo i magistrati, entrambi uomini della 'ndrangheta. E anche imprenditori: gli affari di Pugliese junior arrivano in Trentino. Da poco è stato condannato a 10 anni in primo grado nel processo "Pandora".

"A Viadana ha comprato, che so io, ha comprato un capannone mezzo milione d'euro", così racconta il collaboratore di giustizia Salvatore Cortese ai magistrati riferendosi a Michele Pugliese, uomo di punta della cosca Nicoscia. E su Pugliese senior aggiunge :" aveva una casa pure a Viadana comprata, una bellissima casa che ho mangiato anche la, ma bellissima, che poi se l'e venduta, lui compra, vende, ma gira sempre con un milione di euro, si puo dire, questo qua gira, tra casa, camion, appartamenti, ha un grosso giro di soldi questo qui, e infatti il figlio l'ha messo il padre, gli ha dato il padre la via al figlio, e il figlio pure ha un enorme giro di soldi". Sull'asse Gualtieri-Viadana le cosche Nicoscia e Arena, un tempo in conflitto, fanno girare grossi capitali. E possono contare come risulta da altre indagini coordinate dalle procure calabresi su uomini e mezzi. È sempre una 'ndrangheta che desta poco allarme sociale, non fa odore. Se non quando incendia. È un'organizzazione che vive di relazioni sociali, di una rete di insospettabili.

Servono notai e commercialisti per cambiare e intestare velocemente le quote societarie per evitare i sequestri dell'antimafia, servono imprenditori che danno subappalti e accettano i prezzi bassi delle imprese dei clan. La 'ndrangheta non si alimenta da sola. A proposito di queste relazioni, sempre Cortese nel 2008 racconta un episodio. Descrive la facilità di un imprenditore vicino al clan di ritirare anche "100 mila euro" presso un banca del Mantovano. "Quello chiama il direttore che glieli dà subito", spiega Cortese ai magistrati calabresi.

Legale e illegale che entrano in contatto, si mescolano e si confondono. Ma tutto nel silenzio, perché nessuno possa sospettare che la 'ndrangheta è parte di un territorio. In altre zone del Mantovano agiscono gli uomini del clan dei casalesi. A Borgofranco sul Po, ci sono elementi del clan legato a Michele Zagaria, uno dei massimi vertici del clan. Specializzati in estorsioni, ma anche in recupero crediti, dietro il quale si celano il pizzo e l'usura. E c'è un episodio che riguarda le campagne del Mantovano. Un episodio inquietante, emerso dall'indagine San Cipriano della Dda di Bologna. Uno degli arrestati, Alfonso Perrone, mentre si trova nel Mantovano, nella zona di Ostiglia, riceve una telefonata. Risponde. È un suo sodale. Dopo una lunga conversazione, Perrone dice: "mo te pass' a n'amico vogl' vedè si 'o canusc'".

Gli passa l'amico annunciato. Quell'amico in comune era, secondo gli investigatori, l'allora latitante Zagaria. La voce era compatibile all'80 per cento con quella di Zagaria, scrivono gli investigatori. Erano in viaggio verso Modena, anche da qui sarebbe passato Michele Zagaria, per 15 anni latitante invisibile.

Episodi che raccontano frammenti di organizzazioni, piccole storie che potrebbero nascondere una presenza radicate dei clan. Acquisire consapevolezza è il primo passo per fare lo sgambetto ai clan, che vivono di invisibilità, e si rafforzano con l'ignoranza e l' omertà, un vizio nazionale e non solo del sud del Paese.

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