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Rabbia di classe all’Outlet: «Pronti allo sciopero»

Duecento lavoratori in assemblea contro le aperture di Pasqua e Primo maggio. Il Fashion District concede la mezza giornata ma ai sindacati non basta

Ricordati di santificare le feste. Di tutti i colori e per tutte le taglie. Civili e religiose, di piazza e di chiesa. Pasqua, Primo maggio, Ferragosto. Solitamente timorosi, spesso frenati da contratti precari che scoraggiano le rivendicazioni, questa volta i lavoratori del Fashion District hanno unito le forze e alzato la voce. Forse non è ancora coscienza di classe, ma è già rabbia di categoria. Il sintomo di una stagione nuova. A furia di tirarla, nel tentativo estremo di tappare i buchi della crisi, la coperta delle liberalizzazioni si è strappata. L’affanno è quotidiano e adesso la battaglia s’è fatta pure ideologica, simbolica: passi per le domeniche, però essere costretti a lavorare nel giorno della festa dei lavoratori ha il sapore amaro della provocazione. Questa volta sono stati i lavoratori ad autorganizzarsi, a bussare alla porta dei sindacati con una dote di trecento firme. E l’altro ieri, all’assemblea di Filcams (Cgil) e Fisascat (Cisl), si sono presentati in duecento. Mobilitazione spinta, calcolando che alla Città della Moda di Bagnolo San Vito lavorano quattrocento, quattrocentocinquanta persone.

Il fronte è compatto, la linea dura: il padrone deve rassegnarsi. Pasqua, Primo maggio e Ferragosto non sono negoziabili. Daniele Soffiati (Filcams) e Daniele Grieco (Fisascat) sono pronti a ripeterlo ad Angelo Facchinetti (amministratore delegato di Fashion District Mantova srl), al quale hanno chiesto un incontro urgente. In caso contrario, «verranno messe in atto drastiche iniziative di protesta». Sciopero. Non solo, i sindacati vogliono imbarcare nella battaglia anche i marchi commerciali, i singoli operatori nel perimetro largo della Città della Moda. Collateralismo irrituale, ma necessario. E della cosa vogliono investire pure il vescovo Roberto Busti, confidando nella sacralità del riposo festivo. Intanto il padrone ha fatto la sua mossa (giocando d’anticipo): il giorno di Pasqua si lavorerà “solo” mezza giornata. Ripensamento timido che se da un lato incoraggia la trattativa, «dall’altro non può esaurire il confronto» ragionano i sindacati. La vicenda minaccia di avvitarsi, la scansione delle lettere aiuta a ricostruire i passaggi. Indirizzata “a tutti gli operatori”, la prima comunicazione del Fashion District è del 9 marzo: in conformità alla nuova legge 214 del 22 dicembre 2011, che concede libertà totale ai commercianti, l’ad Franchetti informa che dal 1° giugno al 30 settembre l’Outlet sarà aperto dalle 10 alle 21 (un’ora in più rispetto all’orario consueto), e che toccherà lavorare anche l’8, il 9 e il 25 aprile, l’1 maggio, 2 giugno e il 15 agosto. Due le novità che accendono l’indignazione dei lavoratori, quell’ora in più da coprire durante tutto il periodo estivo (l’anno scorso capitava soltanto due giorni alla settimana) e il calendario delle aperture festive più nutrito del solito. Non era mai successo che toccasse lavorare anche a Pasqua, l’1 maggio e il 15 agosto. La misura è colma, la rabbia contagia trecento lavoratori. Filcams e Fisascat cavalcano la sfida e convocano un’assemblea per il 15 marzo. A poche ore dall’appuntamento il padrone contrattacca, riduce l’apertura pasquale e motiva la sua scelta, nell’interesse generale. Ad aggravare la crisi ci si è messo pure il gelo siberiano, morale «la decisione di aprire al pubblico a Pasqua, scaturita dopo un attento confronto con un campione rappresentativo di operatori, consentirà a tutti di profittare di un’ottima opportunità per cercare di incrementare i vostri volumi d’affari». Ma i sindacati contestano l’efficacia della cura (la gente non compra perché non ha soldi da spendere), e già tremano d’indignazione per il 25 dicembre. Che sia la prossima frontiera?


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