Quotidiani locali

Busti benedice la lotta delle commesse

Il vescovo incontra una delegazione di dipendenti dell’Outlet e tuona: «Lavorare a Pasqua è un calo di umanità»

«Buona Pasqua» le saluta il vescovo Roberto Busti curvando le labbra in un sorriso complice. La battaglia è di civiltà, prima e oltre il sentimento religioso. La lotta è delle commesse della Città della Moda contro la forzatura di chi le vorrebbe al lavoro anche l’8 aprile, il Primo maggio e a Ferragosto. Magari pure a Natale. In trecento ci hanno messo la faccia bussando ai sindacati, in cinque si presentano all’appuntamento con monsignore, accompagnate da Daniele Soffiati (Filcmas Cgil) e Daniele Grieco (Fisascat Cisl). Una delegazione tenace e composta, col trucco leggero e la rabbia acqua e sapone, autentica.

«Siamo consapevoli che lavorare alla Città della Moda significa essere impegnate anche la domenica – scandisce Giovanna, il cognome è meglio di no - rivendichiamo semplicemente il diritto alla Pasqua». La pasionaria dell’Outlet chiede di scrivere “rivendichiamo” tra virgolette, comprimendo nella richiesta il senso stesso della ribellione. Una lotta alla rovescia, che in un mondo in equilibrio non avrebbe ragione di essere. Una lotta sottovoce che le obbliga a urlare. Lunedì il presidente della Cei Angelo Bagnasco era intervenuto energicamente sull’argomento, tuonando contro chi pretende di piegare la domenica a ragioni economiche.

«Mi gh’entri no» si fa scudo Busti, chiudendo la porta «agli estranei». Ai giornalisti. Indossa la maschera da burbero per non sottrarre visibilità alle lavoratrici. Ma dopo quasi un’ora di colloquio si scioglie in una denuncia appassionata. «Siamo di fronte a un calo di umanità. Le persone sembrano valere soltanto nella misura in cui producono, non si tiene più conto delle necessità della famiglia». È questo il mondo alla rovescia, la società in testacoda, avvitata nei capricci della finanza. «Siamo come ciclisti in discesa senza più freni né pedali». In fondo c’è soltanto un muro, il capolinea definitivo. Anche lui, come le lavoratrici e i sindacati, non crede che aprire l’Outlet la domenica di Pasqua possa alleviare la crisi. Magari fosse così semplice muovere i consumi e far girare l’economia. «Ma che senso ha?» si congeda Busti, chiarendo che però lui c’è l’ha con nessuno. Non con Angelo Facchinetti, l’amministratore delegato di Fashion District, né con la categoria dei commercianti.

La sua scelta di campo, però, è netta. «Ci ha incoraggiato a proseguire» confermano Grieco e Soffiati, che mercoledì sera torneranno a incontrare i lavoratori in assemblea per condividere la prossima mossa. Come finirà? «Che a Pasqua la maggior parte dei negozi sarà aperta, ma noi resteremo fuori» rispondono Giovanna, Sara, Francesca Lepore, Lucia Olivini e Giorgia Marchini (il cognome è una scelta). Sciopero.

Intanto nella Città della Moda di Bagnolo il clima è diventato teso, «irrespirabile». Le lavoratrici raccontano di “controllori” che passano a verificare l’osservanza dell’obbligo di esporre l’avviso di «aperto per Pasqua» (con la promessa di un coniglietto di cioccolata in omaggio). Degli slogan martellanti urlati dalla radio del Fashion District tra una canzone e l’altra. Delle domande sbigottite dei clienti («ma davvero lavorate anche a Pasqua?»). Del fiato dei Mistery Shoppers, finti consumatori inviati a dare voti e compilare pagelle. Della voglia di ribellarsi che avrebbe contagiato altre colleghe in altri centri commerciali.

Igor Cipollina


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