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Giallo risolto a metà: forse il ritratto
non è di Leonardo, ma lei è Isabella

La scoperta nel caveau di una banca svizzera di un ritratto di Isabella d’Este ad opera di Leonardo ha fatto il giro del mondo. Il ritratto per molti è una crosta, per altri è il dipinto che il genio di Vinci trsformò da un disegno al carboncino (questo sì di Leonardo) custodito al Louvre

vtrfgrMANTOVA. Che Leonardo da Vinci avesse iniziato a lavorare a un ritratto di Isabella d'Este è ormai noto. E dai documenti d'archivio sappiamo che, con il carboncino alla mano, Leonardo non solo realizzò due disegni preparatori nel 1500, ma anche che una terza versione venne richiesta - e probabilmente realizzata - nel 1501.

LE COPIE DEL DISEGNO A oggi, conosciamo addirittura sei copie del disegno: una al Louvre, una all'Ashmolean Museum di Oxford, una al British Museum, una agli Uffizi, ed, infine, due copie alla Staatliche Graphische Sammlung di Monaco di Baviera. Fra tante copie, tuttavia, solo quella conservata al Louvre di Parigi viene concordemente ascritta dalla critica alla mano di Leonardo. Tanta abbondanza di copie dovrebbe in teoria far contenti tutti i fanatici della marchesa - termine utilizzato da Giovanni Agosti per descrivere gli studiosi, come me, invaghiti quasi alla follia di Isabella d'Este. Ma non è così: tutti noi, fanatici isabelliani, da sempre nutriamo in cuor nostro un sogno segreto. Lo stesso sogno che anche Isabella d'Este inseguì per tanti anni: vedere quel profilo, tracciato da Leonardo da Vinci al carboncino, finalmente trasformato in un dipinto vero e proprio.

IL DIPINTO E quale posto migliore dove tenere un sogno segreto, se non un caveau in Svizzera? Ed ecco che proprio lì, in un elvetico deposito, in mezzo ad una collezione di centinaia di pezzi, il sogno - o forse un miraggio? - ha preso forma. La notizia è freschissima, e dalla stampa italiana ha iniziato a rimbalzare anche su quella internazionale. Titolo sensazionale su Sette, il magazine del Corriere della Sera: “Ritrovato dopo 500 anni il meraviglioso ritratto che Leonardo da Vinci fece a Isabella d'Este”. E in molti si chiedono: «Ma davvero?». Secondo Carlo Pedretti sì. Stando a quanto riportato, il parere dello specialista di Leonardo sarebbe assolutamente favorevole: lo studioso ravvisa con certezza, almeno nel volto del ritratto, la mano del maestro.

LE INDAGINI E l'originalità del dipinto parrebbe essere comprovata anche da indagini scientifiche. Si tira in ballo il famoso esame sul carbonio 14. Le cautele sono però d'obbligo: la datazione al C14 indica un lasso di tempo molto vasto, fra il 1460 e il 1650. E l'esame data i materiali con i quali il dipinto è stato fatto, non la sua esecuzione. Per dirla in breve: l'esame dimostra che le piante dalle quali è stato tratto l'olio utilizzato per dipingere il quadro, così come le fibre della tela del dipinto, erano vive e vegete fra il 1460 e il 1650.

RITRATTO E IMMAGINE SACRA Ma guardiamolo questo fantomatico ritratto di Isabella. Stessa posa del disegno preparatorio, stesso profilo, stesso tipo di abito. Ma anche alcune differenze: corona in testa, palma in mano e un oggetto in primo piano che sembra una ruota. Insomma: tutti gli attributi iconografici di Santa Caterina d'Alessandria. Manca solo l'aureola. È quindi questa un'immagine di Isabella travestita da Santa Caterina per una sorta di Sacra Rappresentazione di Carnevale? No: pare infatti che palma, corona e ruota - se di ruota si tratta - siano ridipinture, aggiunte in un secondo momento per trasformare il ritratto in un'immagine sacra, secondo una pratica tutt' altro che rara nella Storia dell'Arte. A comprovarlo sarebbe un esame alla fluorescenza, che avrebbe mostrato, dipinto sotto l'aggiunta ruota di Santa Caterina, un libro chiuso. Un elemento oltremodo interessante che si intravede, a mala pena, anche nel il disegno del Louvre.

L’OPERA AL LOUVRE Va qui precisato che il foglio conservato al Louvre è più propriamente un cartone: le linee del disegno, infatti, sono percorse da una fitta serie di piccoli fori, realizzati per trasferirne il disegno su un altro supporto, utilizzando la tecnica dello spolvero.

IL LIBRO CHIUSO Con l'andar del tempo, purtroppo, molti dettagli delle linee tracciate da Leonardo sono scomparsi, ma la foratura ne ha conservato una chiara traccia: il libro chiuso (simbolo di conoscenza conclusa) che le indagini scientifiche avrebbero mostrato sotto la “ruota” del dipinto svizzero, è presente anche nel cartone parigino. Così come nella copia del cartone conservata ad Oxford. E non si tratta dell'unico elemento “scomparso” dal cartone del Louvre che prende vita nel quadro recentemente ritrovato. La fitta linea di forellini dimostra infatti che anche nel foglio parigino erano presenti il velo che scende sui capelli e la sottile camicia in tessuto semitrasparente, con scollo a v, che copre il petto della Marchesa. Questo non solo dimostra che il dipinto ritrovato in Svizzera deriva dal cartone leonardesco, ma anche che chi ha realizzato questo dipinto ha avuto per le mani il cartone in tempi non recenti, quando questi dettagli erano ancora ben visibili.

GLI ALLIEVI DEL MAESTRO Da qui a dire che il dipinto è stato realizzato da Leonardo in persona passa però una bella differenza. Come ho recentemente dimostrato in un mio articolo comparso sul numero di settembre di Art e Dossier, la rivista diretta da Philippe Daverio, il cartone parigino è stato utilizzato da uno degli artisti operativi nella bottega di Leonardo per realizzare uno degli angeli musicanti dipinti nei pannelli laterali della Vergine delle Rocce. Questo precedente dimostra come gli allievi di Leonardo avessero accesso ai cartoni del Maestro, e in particolare a quello per il ritratto di Isabella d'Este.

ATTRIBUZIONI Alla luce di tutti questi elementi non credo quindi sia possibile a oggi affermare con certezza che questo dipinto sia di mano di Leonardo da Vinci: la connessione con il disegno preparatorio, da sola, non basta. Insieme al resto della comunità degli studiosi - e dei “fanatici di Isabella” - attendo pazientemente l'occasione di poter conoscere tutti gli elementi scaturiti dalle indagini scientifiche, auspicando che vengano presto pubblicate immagini dettagliate del dipinto, corredate da radiografie, riflettografie ed esami alla luminescenza.

NEC SPE NEC METU Quello che, invece, sento di poter affermare senza speranza e senza timore (Nec spe nec metu, per citare uno dei motti della Marchesa) è che il profilo che si vede nel dipinto è quello di Isabella d'Este. Una speranza, a dire il vero però ce l'ho: che questo ritratto di Isabella - se non di Leonardo almeno leonardesco - possa presto arrivare a Mantova per una mostra. Sarebbe un'ottima occasione per un rilancio turistico della città. E la marchesa ne sarebbe contenta: uno dei suoi motti più antichi, di cui si conserva memoria è Finch'io viva dopo morte. E a secoli di distanza siamo ancora qui, a parlare di lei e a sperare di vedere - a Mantova! - un suo ritratto.

LA DATAZIONE. Al di là del problema - tutto ancora da risolvere - dell'attribuzione del dipinto a Leonardo, resta aperta anche la datazione del dipinto. Come è noto dai documenti, il Maestro lasciò Mantova senza aver completato il progetto del ritratto nel 1500, e una lettera della Marchesa datata al 14 maggio 1504 sembra segnare il definitivo abbandono del progetto.

L'ipotesi di Carlo Pedretti, così come riportata da Sette-Corriere della Sera, indica come probabile data di realizzazione il 1514, anno nel quale Isabella d'Este e Leonardo da Vinci si trovavano entrambi a Roma. Nessun documento attesta però un incontro fra i due in quell'occasione, e dal carteggio isabelliano non emerge alcuna menzione del ritratto a questa data. È tuttavia l'incredibile somiglianza fra il cartone del Louvre (realizzato nel 1500) e il dipinto trovato in Svizzera, l'elemento che più di ogni altro sembra scoraggiare l'ipotesi di una datazione al 1514.

Com'è possibile che il genio di Leonardo, notoriamente caratterizzato da un inclinazione quasi maniacale allo studio e alla sperimentazione, abbia ripreso in mano lo stesso progetto dopo quattordici anni senza alcuna sostanziale modifica?

Ma non solo: le due immagini di Isabella - nel cartone e nel dipinto - mostrano la Marchesa nella stessa età, come se quattordici anni non fossero passati. Ben sappiamo che la Marchesa spesso chiedeva ai suoi ritrattisti di essere ritratta più giovane (e forse anche più bella) di quanto non fosse in realtà, e quindi la somiglianza fra il profilo del 1500 e quello del 1514 potrebbe essere così spiegata.

Ma ciò che sarebbe davvero stato inaccettabile per Isabella, e che quindi scoraggia la datazione proposta da Pedretti, è l'abito indossato dalla Marchesa. Assolutamente al passo coi tempi nel 1500, ma incredibilmente fuori moda nel 1514. Inaccettabile per lei, che dai suoi coevi veniva descritta come “La Prima Donna del Mondo” e “Fonte e origine di tutte le belle fogge d'Italia”

bbLorenzo Bonoldi, che firma questo articolo per la Gazzetta di Mantova, storico dell'arte, è impegnato da anni nello studio delle fonti sulla biografia di Isabella d'Este e sul contesto artistico e culturale che ha al centro la “Signora del Rinascimento”. Sul tema ha pubblicato diversi saggi in riviste e volumi. Collabora con il mensile “Art e Dossier” e si è occupato della catalogazione delle decorazioni ad affresco e in stucco di Palazzo Te

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