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Un muro di 20 metri contro i veleni
Ecco il piano per difendere il Mincio

Dopo il sopralluogo del ministro dell’Ambiente Andrea Orlando, invitato dalla Gazzetta, sulla Collina dei veleni, prende corpo il progetto della Sogesid  (società in house con il ministero).  L'investimento è di 19 milioni.  Il ministro  aveva definito  la situazione ambientale di Mantova  un’emergenza nazionale e per questo motivo il ministero non cederà ad altri organismi la gestione delle bonfiche.
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f43MANTOVA. Un muro di plastica e acciaio lungo 1,2 chilometri e profondo 20 metri, tre pozzi in grado di aspirare 80 metri cubi al giorno, un impianto mobile di trattamento delle acqua di falda che, una volta depurate, torneranno nel Lago di Mezzo. Al progetto Sogesid (società in house del ministero) di «barrieramento fisico e idraulico» dell’area Ies-Belleli che lunedì, come annunciato a Mantova dal ministro dell’Ambiente Andrea Orlando, ha incassato il via libera definitivo ora manca solo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Poi si tratterà di attendere i tempi tecnici della gara d’appalto, gestita dalla stessa società pubblica che ha realizzato il progetto, per lavori da 19 milioni.

Inizialmente la barriera avrebbe dovuto circondare l'intero polo petrolchimico, grande 10 chilometri quadrati: un piano, costato allo Stato un milione e 413 mila euro, ridimensionato poi nel marzo scorso in una muraglia in parte fisica in parte idraulica che circonderà la sola zona Ies -Belleli per impedire all’onda di idrocarburi che galleggia sulla falda di raggiungere il lago Inferiore.
La grande muraglia. Sarà lunga circa un chilometro e 200 metri, profonda 20 e sarà diviso in due tronconi. Il primo partirà dalla darsena della Ies a nord ovest per correre lungo tutto il perimetro della raffineria che si affaccia sul lago Inferiore sino a raggiungere via Brennero. Qui si interromperà per riprendere dal parco serbatoi Ies oltre via Brennero e proseguire fino alla darsena Belleli. Diversi i materiali utilizzati: nel primo troncone due sezioni costituite da diaframmi plastici (teli di polietilene ad alta densità) si alterneranno a una porzione realizzata con palancole di metallo (acciaio), mentre il secondo troncone sarà interamente in polietilene. L’utilizzo di una barriera in acciaio si è reso necessario dove il confine tra raffineria e lago è particolarmente sottile. I punti di giuntura tra plastica e metallo saranno con tutta probabilità realizzate in cemento.
I tre pozzi. Si tratterà di tre pompe dislocate in fregio a via Brennero, ovvero nel tratto senza barriera. Aspireranno surnatante, acqua contaminata e gas interstiziali. Solitamente in questi frangenti vengono utilizzati i cosiddetti Mpe (Multi-Phase Extraction), impianti in grado di estrarre e contemporaneamente separare le varie componenti aspirate: il surnatante destinato allo smaltimento in impianti extra sito, i gas liberati dagli idrocarburi che permeano i vuoti nel sottosuolo e l’acqua inquinata destinata alla depurazione.
Il depuratore. Chiamato Taf, l’impianto di Trattamento acque di falda, avrà una portata di trattamento di 80 metri cubi al giorno, sarà mobile e posizionato nell’area Ies dietro alla Belleli. Qui confluirà l’acqua contaminata risucchiata dai pozzi, qui verrà depurata e da qui tornerà nel lago. Pulita.

La visita del ministro. È il primo ministro dell’Ambiente a visitare il grande ammalato, il petrolchimico che minaccia di veder scivolare il suo fiume di veleni dentro il Mincio. Dieci anni dopo l’etichetta di sito di interesse nazionale, che suona come una beffa davanti alla pagina ancora tutta da scrivere del risanamento. Andrea Orlando arriva a Mantova sull’onda delle 1.100 firme raccolte dalla Gazzetta e fatte valere a Roma dal deputato Matteo Colaninno: una visita alla Collina dei veleni Syndial (a ridosso di Versalis, proprietà Eni), un faccia a faccia con dipendenti e dirigenti della Ies a rischio chiusura, l’ennesimo tavolo istituzionale in Provincia e infine un’uscita da esponente Pd all’Arci Salardi. Orlando era responsabile giustizia del suo partito, poi è finito ad occuparsi di surnatante, idrocarburi e dissesto idrogeologico. Acrobazie della politica che lo fanno scivolare fin sul fango della Collina dei veleni, l’unico fazzoletto di petrolchimico dove sia avviato un cantiere vero. Un fazzoletto da 85 milioni di euro, tanto per chiarire i confini dell’impresa di risanare un’area industriale dove per decenni si è lavorato in allegra crudeltà ambientale. La Collina significa 200mila tonnellate di veleni ammassati fino ad una profondità di undici metri. Non è calpestabile e nessuno sa dire con certezza cosa ci sia là sotto. E non è che un fazzoletto, appunto.
L'intervista a Orlando. Mantova è sito di interesse nazionale dal 2003 ma in dieci anni è partito solo il cantiere della Collina e i progetti approvati coprono appena l’1% dell’area. Dieci anni di rimpalli e rinvii tra problemi di risorse e di metodo. Capita di vedere documenti fermi a Roma per mesi in attesa di una semplice firma. Perché il sistema costruito dal ministero non ha funzionato?
«Per molte ragioni diverse. Da una parte c’è stata una difficoltà delle imprese a presentare progetti completi e in linea con la qualità attesa dalle istituzioni. Dall’altra ci sono stati gli errori anche del ministero, che spesso ha avanzato richieste non realistiche e slegate dalle future destinazioni delle aree da bonificare. Poi ci sono i tagli lineari a fondi e strutture che sono arrivati negli ultimi anni: ad analizzare le carte di cui parla sono non più di quattro o cinque dipendenti del ministero. Può sembrare assurdo ma è così. Si taglia spesso senza cognizione di causa, senza capire che qui sono in ballo insieme la tutela dell’ambiente e della salute e grandi possibilità di sviluppo. Ci stiamo riorganizzando sia a livello di uffici e strutture che come modo di lavorare».
In che senso?
«Finora si affrontavano tutte le partite insieme con inevitabili rallentamenti. Ora procediamo per focus sui singoli siti: finora abbiamo puntato su Cengio, Marghera e Crotone con buoni risultati, adesso toccherà a Porto Torres, Priolo e Mantova. I tempi? La partita è di proporzioni troppo grandi per potersi esprimere con precisione. Ma dove abbiamo agito in questo modo abbiamo avuto soddisfazioni».
A proposito di partita troppo grande e intoppi burocratici. La Provincia ha più volte lanciato una provocazione: meglio uscire dalla tutela ministeriale del Sin e affidare tutto agli enti locali.
«Dove le Regioni hanno mostrato di avere la forza e la volontà di gestire le bonifiche, abbiamo ridefinito i perimetri dei siti di interesse nazionale o li abbiamo trasformati in siti di interesse regionale. Ma non mi sembra il vostro caso, perché la Regione non ha mai dato questa disponibilità. Ed è giusto che se ne occupi il ministero perché questa è un’emergenza nazionale per le sue proporzioni. Se non lo è questa, non so cos’altro possa esserlo. Lavoriamo insieme ma il ministero non può starne fuori».
Avete due strade: bonificare e poi presentare il conto alle aziende o trattare per interventi condivisi nei modi e nei tempi. Qual è la sua linea?
«Non costruiamo piani di bonifica insieme alle aziende perché ci sono strade precise previste dalla legge. Semmai si dialoga e ci si confronta su come agire per evitare di fare richieste irrealistiche come in passato».
Teme che la conversione della Ies in deposito possa ostacolare se non bloccare il risanamento di quell’area? A proposito: a che punto siamo con il progetto Sogesid per l’area Ies-Belleli? I veleni marciano verso il Mincio.
«Ci sono delle leggi e quelle vanno rispettate, al di là del futuro della raffineria che è competenza del ministero dello sviluppo economico e sul quale non mi esprimo perché potrei solo complicare le cose. Dico solo che sostengo la richiesta dei dipendenti di continuità occupazionale. Il progetto Sogesid per proteggere i laghi è stato autorizzato proprio oggi. La Ies poi è chiamata a continuare con i lavori per l’emungimento del surnatante, non c’è bisogno di alcuna autorizzazione in più».
Restano fermi al ministero quattro progetti Versalis per 61 milioni.
«Noi siamo pronti, manca l’intervento della Regione che deve dichiarare la non assoggettabilità dell’operazione alla valutazione di impatto ambientale».
Il Comune ha promosso la rete nazionale dei Sin chiedendo la dichiarazione dello stato di emergenza sanitaria per tutte le aree a rischio del Paese. Può essere uno strumento utile?
«Molto, per contribuire a far sì che alle bonifiche siano destinate risorse dai fondi strutturali che l’Ue deve ridefinire dal 2014. Bonifiche e dissesto idrogeologico devono essere al centro perché l’Italia ne ha bisogno per passare dall’emergenza alla programmazione. La rete dei Sin può servire anche per fare pressione politica affinché gli investimenti per le bonifiche siano considerati prioritari e liberati dal Patto di stabilità. Capisco che per i sindaci sistemare un marciapiede possa dare più visibilità nel breve, ma questo è un settore strategico per salute e sviluppo».
L’unico progetto già operativo è la Collina Syndial. Ma non mancano voci della politica locale secondo le quali Eni dovrebbe fare di più per la città sia in termini di bonifiche che di investimenti. Condivide?
«A Eni dico sempre di fare di più ed Eni mi risponde che fa molto – sorride – qui si sta lavorando ma qualche ritardo c’è stato perché le autorizzazioni sono del 2007 (ma l’esecutività è del 2011, ndr). Ora affrontando i problemi sito per sito contiamo di accelerare».
 

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