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Post-it sui muri della città È l’Sos dei lavoratori Ies

Nuova forma di lotta per il lavoro: il dolore privato diventa denuncia pubblica E Marco scrive: «Indosso un sorriso forzato per i miei figli, ma siamo tutti tristi»

C’è la vertenza sindacale, con la sua diplomazia ripida che alterna strappi a rammendi, confronti e tavoli, e poi c’è la battaglia privata, tra le mura di casa e i confini della propria vita. La lotta intima di chi ha perso il lavoro, o rischia di perderlo, e non sa più a cosa appigliarsi. Non sa più come mettere assieme i cocci della sua quotidianità in frantumi né come misurare il proprio tempo.

È la battaglia dei lavoratori Burgo, che hanno tappezzato la città con i loro striscioni di resistenza, per ricordare a tutti che il lavoro è dignità. Che senza lavoro si sta come tute sgonfie appese ai cancelli della fabbrica spenta. È la battaglia dei dipendenti Ies che, accanto alla vertenza sindacale e collettiva, hanno ingaggiato una lotta sentimentale. Senza timore di mettersi a nudo, di confessarsi fragili e disperati. Niente striscioni, ma post-it confidenziali ai quali affidare il proprio travaglio interiore. Come tanti messaggi in bottiglia, lanciati nel mare della città. I primi sono apparsi ieri accanto all’ingresso della Gazzetta di Mantova. Due foglietti rosa, agganciati dal lato corto e mossi dal vento.

Marco racconta che quando è in famiglia indossa sempre «un sorriso forzato» e sua moglie altrettanto. «Lo facciamo per i due figlioletti che abbiamo – dice – Ma tutti in famiglia sappiamo che io resterò senza lavoro». Lo hanno capito anche i figlioletti, «e dentro siamo tutti tristi».

Roberto rivuole indietro il lavoro in raffineria. E insieme al posto pretende la dignità, la sua vita prima del terremoto in fabbrica. Prima della compressione della raffineria in deposito. «Le istituzioni ci devono ascoltare». Altri post-it fioriranno presto negli angoli più affollati della città.

L’idea della campagna “Ies to post” è venuta a Stefano Lodi Rizzini, rappresentante dei lavoratori, che l’ha subito condivisa con i colleghi Azelio Bacchetta e Paolo Spadafora. «In gioco non c’è soltanto la riconversione industriale, il processo è culturale – s’appassiona Lodi Rizzini – La Ies è stata vissuta dalla città come un mostro da chiudere, adesso vogliamo raccontare la frantumazione di chi in raffineria ci lavorava. La questione coinvolge la comunità tutta, con il suo carico di malattie e disperazione». Lo scopo è arruolare l’opinione pubblica, mettere in piazza il dolore privato per richiamare istituzioni e “padroni” alla loro responsabilità sociale.

“Padroni” è termine antico, da scriversi con le virgolette, appartiene a un vocabolario ormai polveroso. Ma lo smarrimento di chi resta a piedi, senza più una prospettiva oltre il bracciolo del divano, è senza tempo. Il mondo è cambiato, accelerato dalla tecnologia che moltiplica le piazze e tutto annacqua. La rivendicazione con il chiacchiericcio, la riflessione con la pernacchia. Ogni cosa rischia di confondersi in ronzio. Il vocabolario sarà pure polveroso e superato, ma lo slogan del privato che è pubblico può ancora funzionare. Rivisto e corretto, aggiornato al respiro dei tempi attuali. L’evo del fiato corto. Il dolore privato può farsi dramma collettivo, graffiato sui muri di una Mantova dove si è tutti più tristi.

Igor Cipollina

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