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LA DOMENICA

Un museo tra storia e libertà

È appena finita e già mi manca. Il riferimento è alla mostra sui 350 anni della Gazzetta di Mantova. Venerdì sera sono stati chiusi per l’ultima volta i cancelli di ferro delle Fruttiere a Palazzo Te, archiviando un anno e mezzo di lavoro. Un’esperienza straordinaria, durante l’allestimento e dopo. Un periodo faticoso, ma nel contempo ricco di soddisfazioni, soprattutto grazie alle scuole che hanno movimentato le mattinate, con l’allegria e la curiosità tipiche dei bambini e dei ragazzi.

L’appuntamento delle 9 con le foto ricordo all’ingresso e poi via con la storia della linotype, la regina della tipografia negli anni del piombo, in pensione dal 1981. Le ottomila e più persone che hanno visitato la mostra non sono rimaste indifferenti di fronte a una storia straordinaria, che ha un unico filo conduttore: la Gazzetta è stata costretta a interrompere le pubblicazioni, cambiare nome, ma è sempre tornata alle origini appena è stato possibile. Un lavoro di ricerca che non può andare perduto: come annunciato, la Gazzetta allestirà un museo nel palazzo di vetro, rendendo di fatto permanente la mostra. È un omaggio alla nostra storia e ai tanti colleghi della redazione e della Citem che ci hanno consentito di arrivare fin qui. Un lettore giorni fa ci ha criticato per la scelta dei film inseriti nella rassegna inaugurata da “Quarto potere”. “Chi vi credete di essere, il New York Times?” ha obiettato.

Vorrei ricordare le parole di un grande direttore da poco scomparso, Ben Bradlee, del Washington Post, l’uomo che fece dimettere il presidente Nixon scoperchiando lo scandalo Watergate: “Il giornalismo per me è gioia pura. Una leggenda? Sono solo il collega anziano di un mestiere romantico”. E, restando in tema con l’ultimo film proiettato mercoledì sera al Mignon, “Fortapàsc”, risento il discorso del caporedattore del Mattino di Napoli al cronista Giancarlo Siani: “Ci sono giornalisti-giornalisti e giornalisti-impiegati. Vedi tu”. Siani scelse la prima categoria e pagò con la vita le sue inchieste sulla camorra. Ho ripensato a queste parole guardando un’ultima volta la pagina della Gazzetta del 1917, in piena prima guerra mondiale, senza gli articoli sgraditi tolti dalla censura. Oggi siamo liberi.

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