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Il contratto dei paradossi: ecco come Trenord incoraggia i ritardi

Compensi maggiori  per gli operatori che stanno più tempo alla guida dei treni. Tre macchinisti ferrovieri denunciano disservizi e magagne: «Il nuovo premio alla puntualità? Una bella spilletta»

MANTOVA. La buona notizia è che la Banca europea per gli investimenti (dal promettente acronimo Bei) finanzierà l’acquisto di 18 treni - 12 elettrici e 6 diesel - per il trasporto pubblico lombardo. Treni che concorreranno al piano biennale di rinnovo dei convogli regionali: l’obiettivo finale è fissato a quota 63. Per svecchiare quella che Dario Balotta di Legambiente definisce «flotta Arlecchino», una sgangherata carovana di convogli di marche ed età differenti.

«L’età media della flotta scenderà a vent’anni e la percentuale finale di mezzi nuovi su quelli esistenti sarà del 50% – annuncia Roberto Maroni – Un intervento importante perché chi viaggia in Lombardia si merita il meglio, ossia viaggiare su convogli comodi, moderni e puntuali». I pendolari ringraziano.

La seconda buona notizia è che il piano contro i ritardi messo a punto da Regione e Trenord comincia a ingranare: nel primo mese lungo le tratte più disastrate l’indice di puntualità ha già guadagnato otto punti, passando dal 72% all’80%. Pure sulla Mantova-Milano.

Ma le buone notizie non scaldano il cuore di chi i treni li guida, i pendolari di mestiere e passione che lungo la strada ferrata si sono fatti un’educazione (pure sentimentale). C’erano una volta i macchinisti ferrovieri e ci sono ancora, soltanto che oggi si chiamano agenti di condotta. E in questo slittamento semantico c’è tutto il deragliamento di una professione che sta impoverendosi sempre più. Così la raccontano tre macchinisti di vecchio corso, che rivendicano la loro identità e vogliono esprimere il proprio disincanto. Unica condizione, l’anonimato. Non sono sindacalizzati, tengono famiglia e temono eventuali provvedimenti disciplinari. Prudenza. Condizione accettata.

All’origine dello scontento c’è il matrimonio tra Ferrovie Nord Milano e Trenitalia, che quattro anni fa si unirono in Trenord. «Matrimonio squilibrato» denunciano i macchinisti anonimi, riferendo di un contratto alla rovescia che invece di premiare la puntualità incoraggia i ritardi. E la toppa del recente piano minaccia di rivelarsi peggiore del buco. Fino al 2011, sotto l’ombrello di Trenitalia, ogni ora di condotta alla guida del locomotore veniva pagata 10,10 euro. Nel contratto aziendale Trenord firmato il 22 giugno 2012, invece, la retribuzione è proporzionale al minutaggio: le prime due ore vengono pagate 6 euro ciascuna, la terza 9, la quarta 12 e così via.

Non solo, il contratto prevede anche una sorta di bonus, una remunerazione variabile dell’attività di condotta complessiva nel turno di lavoro: 15 euro al raggiungimento delle 3 ore, 25 alla quarta, 30 se si sta alla guida per 5 ore e così fino ai 40 euro per 7 ore di condotta nel turno.

«Il contratto è alla rovescia perché se io rispetto il mio orario, che sulla Milano-Mantova è di 3 ore e 40 minuti, guadagno meno di chi accumula ritardo – spiega uno dei macchinisti – Peggio, se io arrivo in anticipo mi vengono decurtati 20 centesimi al minuto. Morale, al netto dei guasti, che pure si verificano, è capitato che qualche collega rallentasse apposta la marcia. Casi isolati, certo, però è successo. Con questo non è che voglia gettare la croce addosso ai colleghi, ma solo sottolineare l’incoerenza del contratto».

Effetti collaterali. Fortuna che adesso c’è il premio Top Gun, inserito da Trenord nel piano per la puntualità. «Fortuna? È un progetto da cartone animato, ecco cos’è. Volete sapere in cosa consiste il premio? In una spilletta da appuntarsi al bavero. È questo che mi fa rabbia, per l’azienda è soltanto un gioco». Un gioco pericoloso, che minaccia di mettere i macchinisti l’uno contro l’altro. «Sì, perché per assegnare le spillette vengono compilate e affisse delle graduatorie di puntualità. E la cosa non è affatto piacevole. Si lavora peggio, prima condurre un treno era quasi un servizio sociale oggi non so più cosa sia».

Così il disincanto fa a pugni con la passione che ancora anima questi macchinisti sentimentali, gente di cabina e di rotaia che ha fatto in tempo a stupirsi della magia del vapore (da bambini) e rivendica la bellezza di un mestiere che è dignità e forza di spirito. A dispetto di tutto. «Il guaio è che si è sfilacciato proprio il tessuto ferroviario. Da Mantova passano quattro vettori, Trenord, Tper, Trenitalia Bologna e Trenitalia Veneto, che non comunicano tra loro. Il tempo delle coincidenze, dei macchinisti che si aspettavano a vicenda, è tramontato da un pezzo». Stile di condotta e casi isolati a parte, resta l’evidenza di una linea a ostacoli.

Qual è il problema più grave e indifferibile della Mantova-Milano per chi la percorre ogni giorno? «Il binario unico e i 53 passaggi a livello da Mantova fino a Codogno – risponde un altro macchinista – A proposito di passaggi a livello, forse non tutti sanno che l’ultimo regolamento della Ansf, l’Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie, c’impone di fermarci sino all’arrivo di una pattuglia di polizia nel caso in cui le sbarre siano alzate. Senza la pattuglia non possiamo schiodarci. A proposito di binario unico, con i lavori alla Tav tra Brescia e Verona i treni merci sono stati dirottati per Codogno. Certo che, se invece di sollecitare il raddoppio, si punta sull’autostrada Mantova-Cremona, allora si va nella direzione sbagliata».

Senza contare la flotta Arlecchino, il materiale rotabile acciaccato, i vagoni gelidi d’inverno e roventi d’estate. I locomotori che viaggiano con un solo compressore funzionante, in coda per l’officina da quattro mesi, e la tecnologia dei Vivalto che fa le bizze. Aspettando «i convogli comodi, moderni e puntuali».

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