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Tratta degli schiavi a Sermide, agricoltore assolto

Era accusato, insieme ai reclutatori, di aver portato in Italia 100 lavoratori irregolari. Il giudice: non ci sono prove

SERMIDE. Finiti a processo per aver favorito l’ingresso illegale in Italia di oltre un centinaio di lavoratori clandestini nordafricani sono stati assolti per non aver commesso il fatto. Stiamo parlando di Tonino Zerbinati, 59 anni, di Sermide e dei due presunti reclutatori: Abderrahim En Naji, di 39 anni ed Elhbib Sousou, 34 anni, entrambi di Sermide. Il giudice Ivano Brigantini non ha ritenuto sufficienti le prove presentate dall’accusa. Prove scaturite dalle indagini condotte sia dall’Ispettorato del lavoro che dalla squadra mobile della questura di Mantova. Nel corso del processo, conclusosi il 16 luglio, tutte le contestazioni mosse ai tre sono state respinte. L’idea degli avvocati difensori dei tre imputati è che ci sia stata una sorta di grosso fraintendimento nel corso delle indagini.

In breve l’accusa. Zerbinati, titolare dell’omonima azienda agricola di Sermide che produce meloni e angurie, avrebbe, con la complicità di Abderrahim En Naji (il primo reclutatore), procurato l’ingresso illegale, nel 2008, di 81 cittadini marocchini, attraverso una richiesta di manodopera extracomunitaria di molto superiore rispetto al reale fabbisogno dell’azienda. Il reclutatore avrebbe a sua volta fornito a ciascun extracomunitario vitto e alloggio sostegno e protezione, per una somma variabile tra i 4.000 e i 6.000 euro mentre Zerbinati li avrebbe sfruttato per una media di 150/200 ore al mese, denunciandone al massimo quattordici.

Più forte la seconda contestazione, quella che vede nel 2009 intervenire un secondo reclutatore (El Habib Sou), anche lui residente a Sermide. Quest’ultimo avrebbe reclutato manodopera clandestina pretendendo da ciascun lavoratore straniero circa 8mila euro da spartire con il datore di lavoro.

Zerbinati li avrebbe ospitati in una casa di campagna, dove già alloggiavano dodici persone. Una casa che, secondo le accuse, versava in un assoluto stato di degrado, in una situazione igienica particolarmente precaria e senza energia elettrica. Ma c’era un affitto da pagare: 120 euro al mese.

Ai lavoratori stranieri i tre avevano fatto credere che i documenti con i quali erano stati fatti entrare in Italia potevano esser rinnovati a tempo indeterminato. Proprio per questa promessa non mantenuta il giudice ha inflitto un anno e sei mesi di reclusione a En Naji. L’avvocato difensore Paolo Pelliccini del foro di Verona ha già annunciato un ricorso in appello.

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