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Gruppo Marcegaglia, ecco come cambia il colosso d’acciaio

L'ad spiega la rivoluzione societaria del gruppo: la prospettiva è quella di uscire da turismo ed energie rinnovabili

GAZOLDO. Il colosso dell’acciaio cambia. Con una manovra riorganizzativa di ampio respiro, il gruppo Marcegaglia (4,1 miliardi di fatturato e 6.500 dipendenti) si è infatti dato una struttura completamente nuova che dovrà servire a crescere sui mercati mondiali e che consentirà, in tempi medi, di uscire da quei settori come il turismo giudicati ad oggi non prioritari.

A spiegare alla Gazzetta di Mantova questa riorganizzazione è Antonio Marcegaglia, presidente e amministratore delegato.

Marcegaglia, da che situazione siete partiti? E quale direzione prendete?

«La struttura del gruppo è sempre stata incentrata sulla Spa, che ha svolto due funzioni. E’ stata l’azienda industriale, con l'80% del fatturato del gruppo, ma anche la holding che controllava sia l’acciaio che i settori diversificati. Era una struttura un po' disordinata, che aggregava sia attività industriali che alcune partecipazioni. La ratio di questa manovra sta nell’esigenza di riordino e maggior chiarezza sia verso l'interno che verso l'esterno del portafogli delle attività».

Può entrare nel dettaglio?

«Sopra a tutto c’è la FinMar, che controlla la Marcegaglia holding. La parte diversificata è sotto sub la holding Mrc Investment, mentre e il core business è sotto Marcegaglia Steel. Abbiamo avuto così un accorciamento della catena di controllo. Abbiamo costituito società operative sotto Steel: Mrc Carbon Steel, che aggrega prodotti acciaio e carbonio e tubi (2,6mld di fatturato), Mrc Specialities con l’acciaio inossidabile e le barre trafilate di Contino (1miliardo di fatturato). Poi c’è Plates (200ml) che fa riferimento allo stabilimento di San Giorgio di Nogaro».

Par di capire che il core business esca rafforzato. Cercate alleanze?

«I vari business hanno sinergie e noi le manteniamo, ma hanno specificità di mercato e di logiche competitive. Vogliamo crescere da protagonisti, ma in un mercato europeo statico e segnato da sovra-capacità ci saranno opportunità di consolidamento o di alleanze, mantenendo noi il controllo. La nostra logica industriale risponde ad esigenze di crescita, più che con nuove capacità, che oggi in Europa sono più che sufficienti, con opportunità di crescita per linee esterne».

Come hanno accolto la riorganizzazione i vostri interlocutori?

«La manovra è stata apprezzata e implica anche un aggiustamento delle linee di credito che manteniamo come Mrc Steel, che farà da cassaforte e regia finanziaria. La finanza, il fiscale e le risorse umane restano centralizzati. Il disegno è in una logica di rivoluzione nella continuità. Dal punto di vista operativo e per gli stabilimenti, poco cambia. Si tratta di operazioni fatte con conferimento di rami d'azienda: il che vuol dire continuità nei rapporti con fornitori, banche e clienti.

I sindacati, la Fiom in particolare, hanno lanciato un allarme.

«Allora. Tutto è in continuità: contratti, istituti, tfr e stipendi. Nulla cambia. Certi sindacalisti, che hanno il vezzo e la passione di dialogare in modo polemico e strumentale con i giornali più che con azienda, ingenerano in modo infondato preoccupazioni che non abbiamo ravvisato tra i lavoratori. Insomma: vogliamo rafforzare e rinnovare».

Cosa c’è in Mrc Investment?

«Attività giudicate meno strategiche come il turismo e le energie rinnovabili. Senza fretta siamo anche disponibili ad un disinvestimento. L’idea è disimpegnarci, trovando appoggio in soggetti diversi».

Può anticipare qualche numero di bilancio?

«I volumi cresceranno del 3%, e in un contesto di mercato in contrazione è positivo. Il fatturato però sarà in linea con l’anno scorso, in quanto i prezzi medi a livello internazionale sono più bassi: parliamo di circa 4,1 miliardi di consolidato. Il margine operativo lordo sarà di 250 milioni. L’anno scorso abbiamo avuto perdite per 40 milioni per svalutazioni in partecipazioni. Quest’anno avremo un leggero utile».

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