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Lotta all'inquinamento luminoso, due mantovani nel team internazionale

Fabio Falchi e Riccardo Furgoni tra i nove ricercatori che hanno realizzato l'Atlante mondiale, studio pubblicato su Science Advances

MANTOVA. Una pubblicazione importantissima e un lavoro durato sei anni che illustra, dati alla mano, lo stato del cielo notturno nell’intero globo terrestre. Il nuovo Atlante Mondiale dell'Inquinamento Luminoso è stato pubblicato venerdì, 10 giugno, sulla prestigiosa rivista americana Science Advances e nel team internazionale che ha dato vita allo studio due dei nove ricercatori sono mantovani: Fabio Falchi e Riccardo Furgoni ai quali si aggiunge Pierantonio Cinzano, l’altro italiano del gruppo.

Non solo. Il lavoro di analisi è stato realizzato quasi interamente a Mantova grazie all’utilizzo di uno dei quattro laboratori di Informatica degli Istituti Santa Paola. «E senza alcuno impiego di finanziamenti pubblici - osservano i due ricercatori mantovani – vale a dire che l’imponente studio può essere considerato il frutto di un vero e proprio volontariato scientifico».

Fabio Falchi e Riccardo Furgoni...
Fabio Falchi e Riccardo Furgoni all'interno del laboratorio

Cosa emerge dall’indagine? Ad esempio che l'Italia è il Paese del G20 con il più alto livello di inquinamento luminoso, al punto che ammirare lo spettacolo notturno della Via Lattea sembra quasi impossibile. Fabio Falchi, 48 anni, docente di fisica al liceo Galilei di Ostiglia, presidente dell'associazione CieloBuio, è autore di numerose pubblicazioni e promotore anche di campagne di sensibilizzazione.

Furgoni, 36 anni, responsabile dell’attività scientifica dell’Osservatorio di Gorgo, membro dell'American association of variable star observers, attualmente è uno dei collaboratori italiani del programma Neo-Ssa dell’Agenzia spaziale europea. Quello ottenuto dai due esperti è un prestigioso riconoscimento che giunge nell’anno di Mantova Capitale della Cultura e, vista l’importanza dei contenuti, è stato accolto con grande interesse dalla comunità scientifica mondiale e dai media. Dell’Atlante, infatti, a poche ore dalla pubblicazione on line, hanno già parlato, per citarne alcuni, il New York Times, Bbc News, National Geographic, Wall Street Journal, Washington Post, Huffington Post ed El Pays. Lo studio coinvolge infatti aspetti diversi del vivere, quali risparmio energetico, tutela dell’ambiente e salute pubblica. Non solo. L’inquinamento luminoso implica anche un aspetto culturale: «Ormai - conferma Falchi - impedisce sempre più spesso di vedere la Via Lattea, persino nelle notti più serene. Anche le nuove generazioni cresceranno senza la possibilità di trarre ispirazione dal cielo stellato e questa è un’indiscussa perdita culturale».
Da premettere che nel 2001 i ricercatori Pierantonio Cinzano, responsabile del progetto dell’Istil, e Fabio Falchi insieme a Cristopher Elvidge del Noaa, l’agenzia statunitense per l’atmosfera e gli oceani, grazie all’analisi dei dati satellitari realizzarono il primo Atlante mondiale della brillanza artificiale del cielo notturno. Una base di partenza per raggiungere i risultati attuali.

La situazione di Mantova
La situazione di Mantova

Ma, in estrema sintesi, come si può definire questo Atlante? «Diciamo che è una mappatura della situazione dell’inquinamento luminoso che copre praticamente tutta la terra - spiega Falchi -. Per realizzare questo lavoro siamo partiti da dati forniti da un nuovo satellite americano che si trova in un’orbita polare ed è stato costruito specificamente per ottenere le immagini della luce notturna e, quindi, ci ha fornito i dati che ci interessavano». Ma, ovviamente, questo è stato solo il primo passo perché l’aspetto consistente del lavoro si è tradotto nell’utilizzo di un modello matematico in grado di spiegare come l’inquinamento luminoso si sposta praticamente dalle sorgenti andando a inquinare siti anche molto lontani. «Questo modello computazionale, ulteriormente sviluppato rispetto a quello degli anni Novanta, - conferma Falchi - calcola per ogni sito sulla terra quanta luce arriva da tutte le sorgenti nel raggio di duecento chilometri. Se, per fare un’ipotesi, parliamo di Mantova, evidenzierà sia l’inquinamento prodotto dalla luce artificiale della città come pure quello che arriva da località distanti appunto centinaia di chilometri. Il satellite infatti rileva la luce che si dirige verso l’alto mentre, il modello, quella che ritorna verso il basso e il modo in cui si propaga nell’ambiente».

Per capirci, la diffusione della luce artificiale nell'atmosfera, causa quell'alone luminoso che avvolge ormai le metropoli come pure i piccoli paesi. Lo studio, come si diceva, è stato realizzato in collaborazione con il Noaa, il centro tedesco di ricerca geologica (Gfz) e l'università israeliana di Haifa. Ed estremamente importante è stato il lavoro di rielaborazione dei dati realizzato appunto a Mantova con i 36 pc messi a disposizione del laboratorio degli Istituti Santa Paola con un software che ha calcolato appunto la propagazione della luce in atmosfera. Ma - come spiega Furgoni - i dati sono stati poi calibrati con un altro tipo di intervento. «Fondamentali per la realizzazione dell’Atlante - conferma - sono state infatti le osservazioni realizzate a terra con una rete di 35mila rilievi fatti anche da volontari in tutto il mondo. Molte misure - aggiunge - sono state effettuate con lo Sky quality meter, uno strumento grande quanto un pacchetto di sigarette che serve per stabilire appunto la qualità del cielo e, proprio con la calibrazione da terra, noi riusciamo a dare un valore assoluto alla luminosità della volta celeste». A questi dati si sono aggiunti quelli forniti da strumenti più sofisticati e quelli rilevati dal National Park Service più quelli emersi da altri progetti dei cosiddetti citizen scientist che raccolgono migliaia di osservazioni a livello internazionale.

Come spiegano i ricercatori, dallo studio emerge in sostanza che il cielo risulta sempre più degradato è c’è bisogno di un’inversione di marcia. «E a proposito della transizione verso i led salutati da molti come “panacea per tutti i mali” - conclude Furgoni - questo studio evidenzia i grandi rischi legati ad un uso indiscriminato di questa tecnologia. Ma non solo. L’inquinamento luminoso ha praticamente espulso la ricerca operativa in astronomia dall’Europa e, questo, è un danno sia culturale che economico. Ora gli osservatori svolgono per lo più attività didattica mentre per fare studi specifici ormai si va in Cile, alle Hawaii o alle Canarie dove la volta celeste, insomma, può essere ancora studiata».
 

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