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Fadua, un messaggio di apertura ai popoli: «Aiutiamo chi soffre»

La figlia dell’ex medico siriano di Revere sul tema profughi: «Convivenza possibile se si contrastano le disuguaglianze»

REVERE. I commenti si sprecano, così pure le informazioni che, come succede in questi casi, trascendono ogni buon senso, e la mano sulla tastiera del pc è più veloce del pensiero, tanto da far ritenere che l’amore per la propria terra sia direttamente proporzionale alla paura e repulsione per l’altro e per il diverso. È quello che è accaduto nei giorni scorsi sulle pagine dei social, dove i rumors per l’arrivo a Revere di 7 richiedenti asilo, hanno alzato i malumori e abbassato gli spiriti. Classe 1981, Fadua Al Fagoush, parla 5 lingue, figlia di un medico siriano e di una dottoressa italiana, non solo ha da sempre respirato l’aria della multietnicità, ma dopo una laurea in psicologia, ha quindi perfezionato gli studi in Spagna con il Master in trattamento e ricerca psicologica in giustizia, salute e benessere sociale e con i corsi in cooperazione internazionale e mediazione interculturale.

Che idea si è fatta del problema dell’immigrazione e dell’accoglienza?

«L’integrazione e la convivenza tra culture diverse sono possibili - risponde Fadua -, ma oggi è necessario sviluppare nuovi strumenti per contrastare i pregiudizi e le disuguaglianze. Secondo l’Istat, gli stranieri residenti in Italia all’1 gennaio rappresentano l’8,2% della popolazione residente, ma nonostante questa forte presenza siamo ancora lontani dal raggiungimento dell’integrazione: i sistemi burocratici e statali funzionano a rilento e spesso gli interessi economici prevalgono su quelli umani e i fenomeni di discriminazione continuano a essere presenti. Credo che l’Europa, l’Italia e ognuno di noi, dovrebbe rileggersi la Dichiarazione universale dei diritti umani».

Com’è la situazione in Siria?Coloro che arrivano in Italia sono profughi o dietro vi è davvero un business?

«Dopo 5 anni e 500mila vittime, ancora ci sono persone che non sanno che in Siria c’è la guerra. Da fine aprile i combattimenti si sono intensificati sempre più, inclusi attacchi che rappresentano crimini di guerra come quelli su strutture mediche e campi profughi; i dati parlano di un siriano morto ogni 25 minuti. Parlando invece di business, l’unica equazione che mi viene in mente è: esportazione di armi quindi importazione di profughi. Sarebbero necessari atteggiamenti inclusivi e non esclusivi da parte della società: una maggiore trasparenza e onestà nella gestione politica ed economica, una burocrazia più agile e che faciliti il lavoro, una maggiore preparazione e formazione di figure professionali adatte al lavoro con persone immigrate e rifugiate. Appare fondamentale indirizzare gli Italiani alla comprensione e accettazione delle culture diverse dalla nostra e promuovere un senso di appartenenza alla realtà locale negli immigrati».

Revere ospiterà alcuni richiedenti asilo in una casa privata, che cosa ne pensa? È giustificata la preoccupazione dei residenti con commenti sui social ai limiti dell’offesa?

«Credo che, se saranno garantite presenze professionali che affianchino i ragazzi nel loro percorso di adattamento, non ci sarà alcun problema. Le preoccupazioni, in particolare sul decoro urbano, sono comprensibili visto che si tratta di persone con usi e costumi molto differenti dai nostri, ma trovo esagerato che siano considerati come un pericolo oggettivo, o che meritino a priori i giudizi di chi si sente minacciato. Non dimentichiamo - cita Fadua - che “l’odio moltiplica l’odio, la violenza moltiplica la violenza, la durezza moltiplica la durezza, in una spirale discendente di distruzione” (Martin Luther King)».

Suo padre Abdul Rahman con ben due specializzazioni mediche è stato per anni medico condotto a Revere: ci può raccontare com’è stata per lui l’integrazione?

«Mio padre è partito dalla Siria 50 anni fa per studiare medicina in Italia: ha lavorato come operaio per mantenersi e per inviare denaro alla famiglia, ha combattuto contro la nostalgia della propria terra e dei propri cari e contro vari pregiudizi. Si è innamorato di una donna italiana e si è fatto accettare dalla sua famiglia nonostante le enormi differenze (soprattutto religiose). È stato poi in grado di inserirsi nella realtà di Revere, diventandone un medico stimato e amato: il suo inserimento è stato favorito sia dai suoi modi corretti e gentili, sia dal rispetto che la figura del medico suscitava e dal fatto che in quegli anni la nostra società non era ancora succube della paura e del pregiudizio».

Per lui una lapide con passi del Corano posta all’ingresso di un cimitero cristiano: che effetto le fa?

«Per me è il simbolo del rispetto e dell’integrazione e mi rende fiera di mio padre e orgogliosa del mio paese. Il fatto che i cittadini di Revere, dopo la sua morte nel 2001, abbiano deciso di commemorarlo, rispettandolo nella sua interezza di uomo, mi ha sempre commosso: medico, musulmano, amato. Nella diversità la sua ricchezza».

Il nostro territorio secondo lei è razzista?

«Odio le generalizzazioni, dire che qui c’è razzismo sarebbe come dire che gli immigrati sono criminali. C’è paura: del diverso, della disperazione, della necessità, del mettersi in discussione e del condividere. Ma c’è chi si ferma solo agli stereotipi o alle bufale che circolano a livello mediatico e chi, invece, nonostante la diffidenza che spesso si prova di fronte alla diversità, è disposto ad accogliere e a dare una possibilità a persone che hanno già perso tutto».

Cosa risponde a chi afferma che occorrerebbe pensare prima a noi Italiani, visti i gravi problemi legati ad occupazione, diritto alla casa, ecc.?

«Credo che ogni persona e famiglia in situazione di difficoltà e di bisogno economico dovrebbe essere aiutata, secondo criteri di reale necessità e non di provenienza. Devono sempre essere garantiti i diritti umani e la dignità delle persone».

Si sono registrati casi in cui immigrati hanno rifiutato il pasto poiché non ritenuto idoneo o hanno avuto atteggiamenti poco rispettosi nei confronti del Paese che li ospita; cosa ne pensa?

«Il rispetto dei valori è la chiave: è giusto sia che le persone con una cultura diversa dalla nostra si adattino al nostro modo di convivere, sia che possano mantenere le proprie tradizioni e credenze nel rispetto delle norme della cultura ospitante; si tratta di trovare un equilibrio tra la società d’origine e quella d’accoglienza. Tornando all’esempio, se il rifiuto del pasto è dovuto a un “non mi piace” dell’ospite mi pare irrispettoso, ma se la motivazione del rifiuto riguarda il sistema di credenze e valori personali, mi sembra offensivo costringere chiunque ad andare contro il proprio credo. Risposte che fanno riflettere, a prescindere dal credo di ciascuno».

Parliamo di lei, ora di che cosa si sta occupando?

«Sto partecipando a vari concorsi di dottorato di ricerca in psicologia - conclude Fadua -, per continuare a studiare il tema dell’integrazione e collaboro con l’Onlus We Are, per aiuti umanitari alla Siria».

 

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