Quotidiani locali

L'editoriale

I giornali dal volto più umano

MANTOVA. Una riflessione su cos’è diventato il nostro mestiere, ogni tanto, dovremo farla. Nei giorni della bufera sul sindaco 5 stelle di Roma, travolto dalle dimissioni di assessori e dirigenti, vedere la sua casa assediata da giornalisti e fotografi mi ha fatto riflettere.

La prima domanda: davvero ai nostri lettori interessa sapere con che auto accompagna i figli a scuola o con chi?

Ho qualche dubbio, sarebbe meglio indagare su quanto spende in consulenze, sui motivi veri che hanno spinto i suoi più stretti collaboratori a lasciare subito incarichi di peso e, soprattutto, capire se è in grado di governare la capitale o se è solo il frutto di un voto di pancia di chi non ne poteva più dei vecchi partiti. Credo sia questa la strada giusta, scavare senza pietà sulla sua vita di amministratore pubblico, senza sconti, lasciando perdere la vita privata.

Ricordo a questo proposito articoli e servizi di giornali e tv di casa Berlusconi sul giudice Mesiano, che condannò la Fininvest a risarcire la Cir per il cosiddetto scippo della Mondadori. Video e foto del magistrato che passeggia nelle vie di Milano, attende il suo turno dal barbiere come un cliente qualsiasi e, udite udite, osa sedersi su una panchina sfoggiando calzini turchese e mocassini bianchi.

Il tutto documentato nei minimi particolari dalle telecamere. Un vero scoop.

Ma ho trovato ancora più discutibile l’atteggiamento di altri giornali che, sulla tragedia della donna suicida per i video hard, hanno pubblicato nome, indirizzo e fotografia della vittima.

Articoli toccanti, commenti delicati, interviste alla madre che chiedeva pietà per la figlia conditi con immagini sorridenti, a tutta pagina, di una donna con gli occhi verdi che molti avranno collegato al video a luci rosse che aveva girato per provocare l’ex fidanzato, diventato virale sul web.

Non ho nulla da insegnare, ma sono orgoglioso della scelta fatta dalla Gazzetta – condivisa con gli altri quotidiani del gruppo Finegil – di non pubblicare quella foto e quel nome.

Come ha scritto Antonio Scurati sulla Stampa “viviamo in un mondo osceno, viviamo nel tempo dell’oscenità trionfante. Ciò che va perduto in questo tempo è la compassione, ciò che viene espulso da questo mondo è la pietà...”.

Ricorderete il caso accaduto a Suzzara, protagonista un idraulico, accusato di aver rubato in una casa durante una riparazione il video a luci rosse girato da una coppia e di averlo condiviso con un geometra che l’ha diffuso sul web (i due poi sono stati assolti). Non ci saremmo mai sognati di metterlo in rete, né di rivelare i nomi degli attori, anche se avrebbe fatto un boom di contatti. Nulla di eroico, solo rispetto per gli essere umani e per la loro libertà. Uno dei miei direttori si raccomandava di misurare le parole e di pensare ai protagonisti delle notizie di cronaca nera: un arrestato, una vittima, un assassino sono prima di tutto uomini e donne. “Ricorda che la Gazzetta finisce sul tavolo di tante famiglie che hanno i bambini”. Anche noi abbiamo commesso errori, non lo nascondo. Capitò in un momento travagliato per la storia del nostro giornale di pubblicare in prima pagina nome e foto di un minorenne che si era tolto la vita.

Ne scaturì un’ondata di indignazione, con relativa omelia del parroco ai funerali che ci accusò di essere disumani. Non è più successo e la nostra linea è di dare le notizie dei suicidi in forma anonima, salvo si tratti di personaggi pubblici.

Ci costa qualche copia in edicola, ma è il giusto prezzo da pagare per un giornale che vuole essere un punto di riferimento per la sua terra.

Ecco la seconda domanda: siamo sicuri che quotidiano di provincia sia sinonimo di informazione di serie B, come traspare nella vulgata popolare? A mio parere no.

Credo che a Mantova come a Ferrara il contatto diretto dei cronisti con i cittadini dia il polso della situazione, il termometro della vita.

Ho invece l’impressione, ma potrei sbagliarmi, che colleghi famosi, ospiti fissi dei salotti televisivi, vivano in un mondo astratto, lontano dalla realtà, e non si rendano conto del dolore che può arrecare un’immagine.

Poi ognuno di noi, com’è giusto che sia, sceglie i suoi modelli. Non nascondo l’ammirazione per grandi inviati come Ettore Mo, Tiziano Terzani, Fabrizio Gatti che sullo scorso numero dell’Espresso ha descritto gli orrori del centro d’accoglienza di Foggia, infiltrandosi come un clandestino a rischio della propria pelle.

O come Giustino Parisse del Centro: avvertite le scosse che hanno devastato i paesi tra le Marche e il Lazio è partito da Onna, frazione dell’Aquila, senza che nessuno glielo chiedesse, per raccontare un dolore che ben conosce, avendo perso due figli e il padre nel crollo della sua casa nell’aprile del 2009.

La fortuna di un quotidiano locale sta nella passione di giornalisti come questi.

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