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Rabbia da Trifulin: «Tartufo mantovano ignorato»

I cercatori della Bassa: la produzione locale sta morendo. «Tutti parlano delle fiere, ma la zona non viene tutelata»

QUINGENTOLE. «Ogni anno politici e amministratori si riempiono la bocca di discorsi sul tartufo... L’eccellenza mantovana, la tradizione, etc etc”. La verità è un’altra: del vero tartufo mantovano non importa a nessuno». È tagliente l’accusa che arriva, proprio nel giorno di apertura della 22esima Fiera Nazionale del Tartuto a Borgofranco Po, alle istituzioni e al mondo della cosiddetta Tartufo Valley dall’associazione depositaria della tradizione dei cercatori di tartufo nelle golene del Po, i Trifulin Mantuan.

Da anni, spiega il segretario Gianni Golfré Andreasi, i cercatori di tartufo si stanno battendo perché il prezioso tuber (per la scienza un fungo ipogeo) non scompaia dalla Bassa: «Ma nessuno ci dà una mano e di tartufo ce n’è sempre meno... E, d’altra parte, è impensabile che tutte queste manifestazioni possano essere messe in piedi solo sfruttando il prodotto del posto...».

In altri luoghi dove il tartufo è un importante fattore di richiamo per i visitatori, come la piemontese Alba (in provincia di Cuneo) o come la marchigiana Acqualagna (in provincia di Pesaro e Urbino), le zone boschive in cui il fungo nasce sono tutelate e oggetto di severi controlli. In particolare, a essere protette sono le condizioni che favoriscono la nascita di tartufi, a partire dalla vegetazione.

E nel Mantovano? «Qui nessuno fa nulla – dice amaro Golfré Andreasi –. Ci siamo solo noi trifulin, ad autotassarci con 70-80 euro di tessera, e a impegnarci per tenere vive le tartufaie, e il Consorzio di Bonifica Terre dei Gonzaga in Destra Po a concederci degli spazi in cui piantare pioppi e querce».

Il segretario dei trifulìn ce l’ha in particolare con due categorie: gli agricoltori e gli amministratori. I primi «non hanno mai avuto alcun rispetto per il tartufo e continuano a impiegare pesticidi e funghicidi, a pulire i fossi con fiamme e diserbante, ad abbattere le piante e a non lasciare spazio ai tartufi, nemmeno nelle fasce di rispetto di quattro metri dall’argine maestro e dal fiume, coltivando e arando». I secondi «non ci hanno mai dato una mano nei controlli, permettendo ai pastori di portare le greggi anche nelle tartufaie, distruggendo così un luogo fertile, né tantomeno ci hanno aiutato in questo intervento di ripiantumazione».

Il risultato? «Quella che era una terra piena di tuber, la zona del Po, ora non lo è più. Quanto tartufo ci sarà ancora? Difficile dirlo. Ma in futuro ce ne sarà sempre di meno». E con tutte quelle sagre...

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