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LA VISITA

Mattarella in Gazzetta: «Il museo è affascinante»

Viaggio del presidente nei 352 anni di storia del giornale più antico d’Italia

MANTOVA. Una storia lunga 352 anni racchiusa in pochi metri quadrati. È il museo della Gazzetta di Mantova, il quotidiano più antico d’Italia, che venerdì ha ospitato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nella quarta e penultima tappa della sua visita in terra mantovana, conclusasi poi a Bozzolo davanti al sepolcro di don Primo Mazzolari.

C’è la storia di Mantova, ma non solo, in quelle pagine ingiallite dal tempo che il direttore Paolo Boldrini, con orgoglio, ha mostrato al capo dello Stato, accompagnato dal ministro per i beni culturali Dario Franceschini, dal sindaco Mattia Palazzi e dal prefetto Carla Cincarilli.

A vigilare un nugolo di addetti alla sicurezza, di poliziotti e di personale del cerimoniale del Quirinale giusto per dare continuità ad una visita della città che, fin dalla sua prima tappa al Bibiena, è stata blindatissima. Mattarella è uomo di poche parole, attento e riflessivo, ma di fronte ad un titolo come quello che riportava la Gazzetta nel 1946 in prima pagina a caratteri cubitali e cioè “Giornata calma a Montecitorio”, non è rimasto insensibile. Ripensando a cosa succede spesso nel nostro parlamento, tra dibattiti caldi che a volte sfiorano la rissa, non poteva passare oltre senza lasciarsi scappare poche parole a metà strada tra la battuta e il ragionamento: «Come fosse una notizia, questa». Allora anche lui, l’arbitro, avalla la sensazione che il dibattito politica, in aula, spesso trascende? «Non faccio commenti» si affretta a precisare, sorridendo, il presidente per non cadere in fastidiose polemiche. Presidente che, invece, si fa attento, quasi si commuove davanti alla prima pagina della Gazzetta del 1938 in cui viene annunciata l’entrata in vigore delle leggi razziali.

Anche a Mantova, spiega il direttore Boldrini, gli ebrei furono colpiti. «Un colpo forte» ricorda il presidente. Che usa spesso gli aggettivi «affascinante e interessante» per definire quello che il direttore gli mostra: la copia più antica della Gazzetta risalente al 1665, l’articolo del 1770 sul concerto di Mozart bambino al Bibiena, la notizia di un terremoto a Bagdad nel 1769, la prima foto pubblicata sul giornale (quella di Mascagni, nel 1892). Davanti all’edizione speciale del 1866 in occasione della visita del re Vittorio Emanuele dopo il plebiscito del 21 e 22 ottobre, qualcuno del seguito presidenziale commenta ad alta voce: «Per la sua visita non è stato fatto tanto». «Ma abbiamo stampato il giornale in carta patinata» è la pronta replica del direttore.

Mattarella si sofferma davanti alle tante foto esposte nel museo, tra cui quelle di Nuvolari e Guerra; osserva che si tratta di «un archivio fotografico ricchissimo, è un giacimento per gli storici». Lo colpisce anche l’ultima Gazzetta a nove colonne del 1981, prima di passare al formato tabloid; così come lo affascinano il telaio in piombo e i caratteri mobili, la linotype all’ingresso, il paginone in cui viene sintetizzato come nasceva un giornale di piombo: «Tutto molto bello - dice - è una testimonianza interessante per gli studenti». Il tempo stringe.

Il cerimoniale sollecita la conclusione della visita. Il direttore dona al presidente una copia della Gazzetta del 1862: «La ringrazio molto, veramente un bel ricordo» si congeda Mattarella. Che poi posa con tutta la redazione per una foto ricordo nella hall del giornale. All’uscita, sul piazzale Mozzarelli, trova una gradita sorpresa: una piccola folla festosa che lo saluta calorosamente. «Benvenuto presidente» gli grida una signora anziana, mentre un giovane gli fa gli auguri: «È un onore averla qui». Mattarella stringe volentieri le mani di molte persone, soprattutto dei bambini che i genitori hanno portato a vedere in carne ossa il personaggio che a loro appare solo in televisione. Molti chiedono un selfie con il presidente, che accetta di buon grado. (Sa.Mor.)

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