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Voucher, è ancora boom: + 20% nel 2016

Aumento senza fine: lo scorso anno venduti quasi 1,5 milioni di buoni. Sabato la Cgil scende in piazza per i referendum

MANTOVA. Avrebbero dovuto smacchiare il lavoro nero, hanno sporcato anche quello bianco, pulito e regolare. A confermare l’abuso dei voucher arrivano i dati del 2016, diffusi dalla Cgil: l’anno scorso nella provincia di Mantova sono stati venduti 1.470.339 buoni lavoro, nel 2015 erano stati 1.228.635. Anno su anno l’aumento è del 20% circa, ma basta riavvolgere il nastro fino al 2012 per inciampare nell’evidenza di un travolgente + 730%. E la traiettoria tracciata negli anni successivi racconta di una progressione galoppante.

«La crescita esponenziale è a partire dal 2012 perché è stato l’anno in cui la riforma Fornero liberalizzò l’utilizzo dei voucher a qualunque committente, in qualunque settore produttivo – ricostruisce il segretario generale della Cgil di Mantova, Daniele Soffiati – Il governo Renzi ha “rincarato la dose” innalzando il limite economico in un anno solare da 5mila a 7mila euro netti (pari a 9.300 lordi). Il risultato è che, come nel resto del Paese, anche a Mantova i voucher sono esplosi, passando dai 201mila del 2012 a 1.470.339 del 2016». Il dato mantovano è in linea con quello lombardo, dove il monte voucher dell’anno scorso ha raggiunto quota 26.958.383.

In quanto tali, i voucher sarebbero pure uno strumento neutro, dei buoni usati per pagare il lavoro accessorio, quello svolto saltuariamente e fuori dal perimetro di un contratto. Una volta tanto. Ogni buono vale 10 euro lordi, 2,5 finiscono in contributi per previdenza e assistenza, gli altri 7,5 sono il netto che il lavoratore intasca per un’ora di prestazione. Poco più di una mancia, ma pulita e se ti fai male sei pure assicurato. Il guaio è che oggi i voucher sono usati senza freni: lo stesso limite economico viene spesso aggirato e in caso d’infortunio il buono lavoro è un cerotto attivabile a posteriori.

«Peccato che spesso i datori usino i buoni lavoro per dare un’infarinatura di legalità al rapporto – confermano Italo Freddi e Michele Orezzi di Nidil Cgil – anche se poi la fetta più grossa della retribuzione continuano a pagarla in nero, sottobanco. Cioè: lavori tre, quattro ore e te ne pago pulita, alla luce del sole, soltanto una. Per non parlare dei casi in cui con un solo voucher vengono retribuite 3 o 4 ore di lavoro». I settori più esposti nella nostra provincia sono il commercio (177.604), i servizi (148.578) e il turismo (125.233), ma oltre 850mila voucher, il 58% del totale, finiscono nella categoria delle “attività non classificate”. «Significa che sono in realtà legati all’industria e all’edilizia – traduce Soffiati – ambiti in cui i “voucheristi” si trovano loro malgrado a essere strumento di dumping contrattuale nei confronti non solo dei lavoratori più stabili, ma anche di altri lavoratori precari, come gli interinali e i somministrati». Il confronto è schiacciante: il costo annuale di un dipendente regolarmente assunto oscilla tra i 35 e i 40mila euro, l’equivalente in voucher non supera i 19mila euro.

«I voucher appartengono a un modello di totale destrutturazione del lavoro, nessuna tutela e una condizione di precarietà estrema. Ovviamente non esistono ferie, tredicesima o malattia retribuite» incalzano Freddi e Orezzi. L’obiettivo è abolire questo modello (insieme alle norme che limitano la responsabilità solidale degli appalti) attraverso i referendum lanciati dalla Cgil: sabato, dalle 10.30 alle 12.30, piazza Mantegna sarà una delle 300 piazze italiane in cui il sindacato promuoverà le ragioni dei due sì.

È l’occasione per un appello: «Dalle forze politiche alle associazioni, dalle categorie professionali alle parrocchie, siamo pronti a discutere con chiunque abbia a cuore il futuro di una generazione oggi ostaggio dei voucher – scandisce il segretario della Cgil – Chi pensa, come noi, che i voucher debbano essere aboliti e che le condizioni dei lavoratori degli appalti debbano essere migliorate, ci contatti. Ci contatti subito. Dateci una mano per “liberare il lavoro” e ricostruire condizioni di lavoro più eque e dignitose».

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