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Tre morti dopo il trapianto di organi 

Il donatore era malato di tumore e si era tolto la vita. Indagato un ex primario del Poma, il giudice nega l’archiviazione e riapre l'indagine

Tre morti dopo i trapianti: la cronistoria dei fatti Un uomo si toglie la vita, i famigliari consentono l'espianto degli organi che viene compiuto all'ospedale di Mantova. Ma i tre riceventi, nell'arco di un anno, muoiono di tumore. La procura di Mantova ha aperto un'inchiesta

MANTOVA. Muore suicida nel 2012 con un colpo sparato alla testa. E senza dare alcuna spiegazione.
I suoi famigliari, per regalare una speranza ad altre persone, concedono il prelievo degli organi che viene eseguito all'ospedale di Mantova subito dopo il decesso. Ma i tre destinatari del dono, che hanno ricevuto i due reni e il pancreas, muoiono tutti dello stesso tipo di tumore, molto aggressivo, a distanza di meno di un anno dal trapianto.

Sull’incredibile vicenda ora indaga la procura di Mantova, che poco meno di un mese fa ha ordinato la riapertura delle indagini, dopo che a fine 2106 il pm ne aveva chiesto l'archiviazione.

Nei giorni scorsi il Gip del tribunale di via Poma, Matteo Grimaldi, ha affidato l'incarico ad un nuovo pubblico ministero, disponendo ulteriori e più approfondite verifiche sulla natura dei tre decessi. L'unico indagato al momento risulta essere un ex primario del Poma, oggi in servizio in un altro ospedale. L'ipotesi a suo carico è di omicidio colposo delle tre persone decedute dopo il trapianto.

Il reato contestato parte dall'ipotesi che gli organi prelevati a Mantova e destinati ai tre riceventi fossero tutti già malati e che quindi non siano state eseguite le opportune verifiche, come ad esempio le biopsie che potevano rivelare la presenza di cellule malate nel pancreas e nei due reni. Tutto parte dal caso di P.G., 63 anni, di Vallo della Lucania (Salerno), morto a distanza di otto mesi dal trapianto di un rene ricevuto dal suicida, un bresciano. E come il salernitano, altre due persone, gli altri due trapiantati, sono decedute in meno di un anno dall’intervento.

Il 63enne di Vallo della Lucania nel 2005 aveva iniziato ad accusare seri problemi ad un rene ed era finito sotto dialisi. Nel 2008 i medici gli hanno proposto il trapianto. Quattro anni di attesa e nel novembre del 2012 l'intervento all'ospedale di Varese, a distanza di poche dal disperato gesto del bresciano e dalla decisione dei famigliari di donare i suoi organi. Ma nel giugno dell'anno dopo i sanitari di Varese che lo visitano per un controllo notano che le sue condizioni si sono aggravate inspiegabilmente. La morte sopraggiunge un mese dopo.
Immediata la denuncia dei parenti. Le indagini private condotte dal legale Riccardo Ruocco del Foro di Salerno mettono il dubbio: il 63enne non sarebbe morto per una crisi di rigetto ma per un carcinoma molto aggressivo, uguale a quello che ha portato al decesso anche degli altri due trapiantati.


A quel punto la procura di Varese apre un fascicolo, poi trasferito a Mantova, luogo dove era avvenuto il prelievo degli organi.

La procura di via Poma dopo una serie di acquisizioni tecniche a fine 2016 chiede l'archiviazione. Ma il Gip oppone e nei giorni scorsi ordina ad un altro pm di avviare nuove indagini. «L’ordinanza di riapertura delle indagini resa dal Gip di Mantova ci restituisce serenità e fiducia – sottolinea l'avvocato Ruocco. La morte del mio assistito e di altre due persone potrebbe essere stata cagionata da colpa grave di qualcuno che non si è accorto che il donatore aveva una patologia tumorale che si è trasmessa dal donatore ai riceventi. La causa del decesso delle tre persone che hanno ricevuto gli organi è stata dimostrata. Ora dobbiamo scoprire con certezza scientifica se chi ha curato il prelievo ha fatto tutti gli accertamenti del caso per capire lo stato di salute dei tre organi».
 

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